L’epidemiologo del Campus Bio-Medico di Roma: «Siamo davanti a un mix di virus respiratori. Per vaccinarsi il momento giusto è tra fine ottobre e inizio novembre». E sull’influenza di stagione avverte: «È presto per prevedere intensità e picco della stagione 2026-2027»
di Elisabetta Turra
I primi casi di influenza segnalati in Italia non sono sufficienti, da soli, per dire che la stagione influenzale 2026-2027 sia già iniziata. In questa fase dell’anno, infatti, i sintomi respiratori possono essere provocati da numerosi virus e alcuni casi di vera influenza possono essere legati a persone rientrate da Paesi dell’emisfero australe, dove la stagione invernale è ancora in corso o si sta avviando alla conclusione. A fare il punto, intervistato da Voce della Sanità, è Massimo Ciccozzi, professore ordinario ed epidemiologo molecolare, responsabile dell’Unità di Statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.
«Non abbiamo dati per dire che l’influenza sia già iniziata»
Secondo Ciccozzi, i primi episodi registrati in questo periodo vanno interpretati con cautela. «Noi non abbiamo dati che ci dicono: è iniziata l’influenza», spiega l’epidemiologo. In questa fase, infatti, circolano diversi virus respiratori che possono produrre sintomi molto simili. Il riferimento è anche a un caso osservato a Roma, riconducibile a una persona proveniente dall’Australia, dove la stagione influenzale si è sviluppata durante l’inverno australe. «Probabilmente abbiamo avuto qualche caso», osserva Ciccozzi, ma questo non equivale all’avvio della stagione influenzale italiana. «Siamo di fronte a un mix di virus». Tra i patogeni respiratori che possono essere responsabili di sintomi apparentemente influenzali ci sono rinovirus, parainfluenzavirus, virus respiratorio sinciziale, metapneumovirus, adenovirus e Covid, oltre naturalmente ai virus influenzali.
L’Australia come “anticipo” della stagione italiana
L’andamento dell’influenza nell’emisfero australe viene seguito anche in vista della stagione europea. L’Australia – spiega l’epidemiologo – rappresenta infatti una sorta di osservatorio anticipato: i ceppi che circolano durante il loro inverno possono fornire indicazioni utili per la composizione del vaccino destinato alla stagione successiva nell’emisfero settentrionale», spiega Ciccozzi. Ma questo non significa che sia possibile stabilire già oggi quale sarà l’andamento dell’influenza in Italia.
«È presto per prevedere intensità e picco»
La stagione australiana può offrire indicazioni, ma non consente di prevedere con certezza cosa accadrà nei mesi successivi in Italia. «È presto», chiarisce Ciccozzi. E soprattutto è prematuro cercare di prevedere già adesso quanto sarà intensa la stagione 2026-2027 o quando arriverà il picco. L’epidemiologo paragona l’andamento delle epidemie virali alla “teoria del caos”: anche piccoli fattori possono modificare la dinamica della circolazione virale. Temperature, comportamenti e condizioni di trasmissione possono influenzare il percorso dell’epidemia. Anche il cosiddetto ‘picco’, dunque, «non può essere realmente previsto in anticipo. Lo si riconosce quando, dopo aver raggiunto il numero massimo di casi, la curva comincia a scendere – sintetizza Ciccozzi -. Soltanto osservando l’andamento dei casi è possibile stabilire a posteriori quando sia stato raggiunto».
H3N2 e H1N1: i ceppi da tenere d’occhio
Tra i virus influenzali, l’epidemiologo richiama in particolare H3N2 e H1N1, entrambi già presenti nella circolazione influenzale. La stagione australiana è stata caratterizzata dall’H3N2, un sottotipo di influenza A che Ciccozzi definisce «un pochino più aggressivo» rispetto all’H1N1. Ma resta da capire quale sarà effettivamente il quadro italiano nei prossimi mesi. I ceppi osservati nell’emisfero australe possono fornire indicazioni importanti, ma non permettono di stabilire con certezza quale virus dominerà la prossima stagione nel nostro Paese.
Vaccinazione, “meglio tra fine ottobre e inizio novembre”
Se è ancora presto per prevedere l’intensità della stagione, è invece possibile ragionare sul momento della vaccinazione. Per Ciccozzi, il periodo indicato è tra fine ottobre e inizio novembre, comunque non oltre la prima o la seconda settimana di novembre. La ragione è legata alla durata della protezione: «Il vaccino – spiega l’epidemiologo – offre una copertura di circa quattro, al massimo cinque mesi». La tempistica deve quindi essere pensata in relazione alla stagione influenzale, che generalmente tende a ridursi tra febbraio e marzo. «Normalmente si inizia la stagione influenzale da fine ottobre, metà ottobre, fine ottobre la campagna vaccinale inizia e ci si può vaccinare tranquillamente», sottolinea. L’obiettivo è arrivare protetti alla fase di maggiore circolazione del virus, senza anticipare eccessivamente la vaccinazione.
Over 65, persone immunodepresse, bambini e donne in gravidanza
Particolare attenzione deve essere rivolta alle categorie maggiormente esposte alle complicanze dell’influenza. Ciccozzi richiama in particolare gli over 65, le persone immunodepresse, i bambini e le donne in gravidanza. Sul fronte pediatrico, l’epidemiologo segnala inoltre l’interesse per la possibilità di utilizzare un vaccino antinfluenzale spray nasale, che potrebbe evitare la somministrazione tramite iniezione nei bambini. «La vaccinazione – sottolinea Ciccozzi – resta uno strumento importante di prevenzione».
Dopo l’influenza arrivano altri virus respiratori
Il quadro epidemiologico dell’autunno e dell’inverno, inoltre, non sarà determinato soltanto dall’influenza. Una volta che la curva influenzale comincerà a scendere, continueranno infatti a circolare altri virus respiratori. Tra questi il Covid, che secondo Ciccozzi è ormai endemico, oltre a rinovirus, virus respiratorio sinciziale, parainfluenzavirus, metapneumovirus e adenovirus. «Il Covid c’è sempre, non andrà mai più via», afferma l’epidemiologo, ricordando che periodicamente può tornare a provocare un aumento dei casi e anche polmoniti. Questo rende particolarmente importante distinguere l’influenza dagli altri virus respiratori: febbre, tosse, mal di gola e malessere non identificano necessariamente un’infezione influenzale.
Per ora, dunque, l’indicazione è alla prudenza: i primi casi non bastano per parlare di una stagione influenzale anticipata, l’Australia può offrire indicazioni ma non certezze e il picco non è prevedibile in anticipo. La misura concreta su cui si può invece già ragionare è la prevenzione: vaccinarsi nel periodo appropriato e proteggere soprattutto le persone più fragili.
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