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Salute mentale, De Rossi (Sip): «Tra i giovani crescono disregolazione emotiva, disturbi alimentari e uso problematico delle sostanze». Cresce la dipendenza da social

Ansia e depressione, disregolazione emotiva, disturbi alimentari, sostanze e uso problematico del web: Moreno De Rossi, segretario nazionale Sip, fa il punto sulle nuove fragilità dei giovani e sull’importanza di intervenire precocemente

di Elisabetta Turra

Adolescenti e giovani adulti si confrontano oggi con fragilità psicologiche diverse e sempre più complesse. Ansia e depressione restano tra le condizioni più diffuse, ma accanto ai disturbi emotivi comuni si osservano anche disturbi del comportamento alimentare, con un’età di esordio sempre più bassa, ADHD, disregolazione emotiva, autolesionismo, ritiro sociale e comportamenti impulsivi. A queste problematiche si affianca il consumo di cannabinoidi e nuove sostanze psicoattive, talvolta utilizzate dai giovani come una sorta di “autocura” per cercare di gestire ansia e altri sintomi. Anche la dimensione digitale assume un peso crescente: web, social network e gioco online possono favorire comportamenti problematici e, nelle persone più vulnerabili, contribuire a peggiorare il benessere psicologico. A delineare questo scenario è Moreno De Rossi, Segretario nazionale della Società italiana di psichiatria (Sip) che , in un’intervista a Voce della Sanità, analizza le principali fragilità dei giovani e i segnali da non sottovalutare.

Ansia e depressione, ma anche quadri più complessi

«Partirei dalla diffusione dei cosiddetti disturbi emotivi comuni, come ansia e depressione, che possono interessare fino al 10-15% dei giovani adulti – spiega De Rossi -. Accanto a queste condizioni, però, ci sono quadri caratterizzati da una maggiore gravità, sia per l’intensità dei sintomi sia per l’impatto sul funzionamento della persona. Penso, ad esempio, ai disturbi del comportamento alimentare, per i quali osserviamo un progressivo e importante abbassamento dell’età di esordio, e all’ADHD, oggi molto sentito e rappresentato tra i giovani». «Un’area particolarmente significativa è quella della disregolazione emotiva e del controllo degli impulsi. Nei servizi di urgenza e nei pronto soccorso incontriamo sempre più spesso giovani che manifestano reazioni comportamentali importanti, dalla rabbia agli agiti, fino all’autolesionismo e al ritiro sociale». Si tratta di ragazzi che possono conservare buone capacità cognitive e, in alcuni casi, anche un discreto funzionamento scolastico. «È quindi un fenomeno rilevante non soltanto dal punto di vista epidemiologico, ma anche per l’impatto che ha sulla persona e sulla famiglia», sottolinea De Rossi.

Cannabinoidi e nuove sostanze: «Possono essere come benzina sul fuoco»

Tra gli elementi che destano maggiore preoccupazione c’è anche la diffusione tra gli adolescenti dei cannabinoidi e delle nuove sostanze psicoattive sintetiche. «Il loro utilizzo può essere ricreativo, soprattutto nel fine settimana, ma in alcuni casi viene vissuto anche come una sorta di forma di autocura, seppure disfunzionale: c’è chi ricorre a queste sostanze nel tentativo di spegnere un’ansia forte e intollerabile o di riuscire a gestire alcuni sintomi», spiega il segretario nazionale della Sip. Il problema è che l’effetto può essere esattamente opposto a quello ricercato. «Queste sostanze possono avere un effetto fortemente peggiorativo. Possono essere come benzina sul fuoco, accelerando eventuali esordi psicotici e favorendo quadri mentali più gravi, oppure aggravando condizioni come l’ansia e l’insonnia, fino anche a cronicizzarle».

Un fenomeno che, sottolinea De Rossi, viene osservato con frequenza crescente soprattutto nei contesti di urgenza.

Web e social, quando la connessione diventa dipendenza

Nell’area delle nuove dipendenze rientrano anche i comportamenti problematici legati a web, internet e gioco. «Possiamo certamente collocare anche le dipendenze da web, internet e gioco nell’area delle nuove dipendenze», afferma De Rossi. La struttura stessa del web e, soprattutto, dei social network presenta caratteristiche che possono favorire comportamenti dipendenti, anche attraverso la personalizzazione dei feed e gli algoritmi, che ripropongono continuamente contenuti in grado di suscitare interesse e gratificazione. Il tema diventa ancora più delicato quando riguarda bambini e adolescenti. «Il loro cervello è ancora in una fase di sviluppo: è plastico, dinamico, ma anche più vulnerabile. Un uso contenuto può essere compatibile con una vita equilibrata, mentre un utilizzo intensivo può favorire veri e propri comportamenti di dipendenza. Per gli adolescenti, inoltre, il confine tra vita online e vita reale è diventato sempre meno netto. «La dimensione digitale è ormai parte integrante della loro vita sociale», osserva De Rossi.

Un uso problematico del web e dei social può associarsi anche a sintomi di ansia e depressione. Ma il rapporto non va interpretato automaticamente in termini di causa-effetto. «Non possiamo dire semplicemente che l’uso dei social provochi ansia o depressione. Il meccanismo può essere indiretto: per esempio, attraverso il peggioramento del sonno o la riduzione della qualità delle relazioni sociali. Ma l’esito può essere comunque un peggioramento del benessere psicologico».

Più casi o diagnosi più frequenti? “Entrambe le cose”

ADHD e disturbi del comportamento alimentare sono oggi molto più presenti nel dibattito sulla salute mentale. Ma quanto dell’aumento osservato dipende da una maggiore capacità di riconoscere questi disturbi e quanto, invece, da una loro reale crescita? «Da un lato c’è sicuramente una minore stigmatizzazione. Oggi i giovani mostrano una maggiore disponibilità a parlare di salute mentale, del proprio disagio e a chiedere aiuto», spiega De Rossi. Un cambiamento che può portare anche a un numero maggiore di richieste di valutazione. «In alcuni casi assistiamo persino a forme di antistigma: penso, per esempio, a ragazzi che si riconoscono nei sintomi dell’ADHD e arrivano nei nostri ambulatori chiedendo una valutazione, anche quando poi non emerge un quadro diagnostico. Questo può produrre, almeno in parte, una sovrastima del fenomeno». Ma non è soltanto una questione di maggiore attenzione diagnostica.

«Dall’altro lato, però, dal punto di vista epidemiologico osserviamo anche un aumento reale di alcuni disturbi, tra cui l’ADHD e i disturbi del comportamento alimentare, probabilmente legato a diversi fattori, anche sociali». Il quadro, dunque, è duplice: da una parte una maggiore disponibilità dei giovani a raccontare il proprio disagio e una maggiore capacità dei servizi di intercettarlo; dall’altra un aumento reale di alcune condizioni.

Dalla diagnosi alla cura: serve un approccio integrato

Di fronte a queste nuove forme di disagio, anche il modo di intervenire deve essere adeguato alla complessità dei quadri. «Alcuni di questi fenomeni hanno effettivamente una connotazione patologica e richiedono quindi interventi specifici. Oggi sappiamo che l’approccio più efficace è quello integrato, secondo il modello bio-psico-sociale, che combina interventi farmacologici, quando necessari, psicoterapia e supporto sul piano sociale». Negli ultimi quarant’anni, sottolinea De Rossi, le terapie farmacologiche hanno compiuto importanti progressi. Ma non esiste una terapia uguale per tutti. «Ogni disturbo ha trattamenti specifici e validati». Nei disturbi del comportamento alimentare, per esempio, la psicoterapia rappresenta un elemento centrale, insieme agli interventi nutrizionali e medici. Nell’ADHD, soprattutto nelle forme moderate o gravi, «il trattamento farmacologico può avere un impatto significativo, generalmente associato a interventi psicoterapici, in particolare di tipo cognitivo-comportamentale». Nei disturbi caratterizzati da disregolazione emotiva, che possono rientrare nell’area dei disturbi di personalità, sono invece prevalentemente gli interventi psicoterapici ad avere un ruolo importante. Tra questi De Rossi cita la DBT, terapia dialettico-comportamentale, anche attraverso percorsi di gruppo.

I campanelli d’allarme da non sottovalutare

Ma come possono genitori, insegnanti e gli stessi ragazzi capire quando un disagio sta diventando qualcosa che richiede un approfondimento? «I principali campanelli d’allarme sono i cambiamenti rapidi nel funzionamento della persona», risponde De Rossi. Un ragazzo che improvvisamente non riesce più ad andare a scuola, che manifesta episodi di rabbia o impulsività molto più intensi rispetto al passato, che comincia a dormire male o diventa rapidamente più chiuso, triste e incline al pianto: sono tutti segnali che meritano attenzione. «È importante non aspettare necessariamente il momento della consultazione specialistica per intervenire. Il primo passo è spesso la capacità di ascoltare e comprendere senza giudicare. È fondamentale validare il vissuto del giovane, senza minimizzarlo né etichettarlo».

Ascoltare senza giudicare, intervenire prima

Per i genitori, naturalmente, non è sempre semplice. Un cambiamento improvviso nel comportamento del proprio figlio può generare ansia e preoccupazione, ma anche reazioni che rischiano di rendere ancora più difficile il dialogo. «È importante evitare di farsi travolgere dalla preoccupazione e, allo stesso tempo, di reagire con un ipercontrollo», sottolinea De Rossi. La strada è cercare un equilibrio che mantenga aperta la comunicazione e favorisca, quando necessario, l’accesso ai servizi specialistici. Il passaggio ai servizi consente di approfondire la situazione, valutarne la gravità e individuare gli interventi più appropriati.

«L’obiettivo è intercettare il disagio il prima possibile, prima che possa compromettere ulteriormente il funzionamento scolastico, sociale e familiare». Una diagnosi precoce, dunque, non significa soltanto dare un nome al problema. Significa soprattutto creare le condizioni per intervenire quando le traiettorie di disagio possono ancora essere modificate e prima che una difficoltà finisca per coinvolgere in modo più profondo la scuola, le relazioni, la famiglia e la vita quotidiana del giovane.

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