Quasi 9 persone su 10 continuano a credere che un antibiotico debba essere assunto fino all’ultima compressa, anche quando i sintomi sono già scomparsi. Ma per molte infezioni comuni la ricerca scientifica indica oggi terapie più brevi, efficaci e con meno effetti collaterali
“L’antibiotico va sempre finito”. È una convinzione ancora profondamente radicata tra i pazienti, nonostante le indicazioni della medicina siano cambiate per molte infezioni comuni. Secondo uno studio condotto dai ricercatori della University of Utah Health e pubblicato su Open Forum Infectious Diseases, l’88% degli adulti statunitensi continua a considerare questa regola una sorta di principio inderogabile.
La ricerca ha coinvolto un campione rappresentativo di 1.475 persone. Dalle risposte è emerso quanto sia ancora forte l’idea che prolungare l’assunzione degli antibiotici sia sempre la scelta più sicura ed efficace.
Anche sulle terapie brevi prevalgono i vecchi schemi
La convinzione emerge con particolare chiarezza nel caso della polmonite. Per alcune forme della malattia, le attuali linee guida raccomandano trattamenti brevi, nell’ordine di 3-5 giorni. Nonostante ciò, circa il 60% degli intervistati ha dichiarato di preferire una terapia di una settimana o anche più lunga, ritenendola erroneamente più efficace.
Cosa è cambiato nella medicina
In passato, l’invito a completare sempre l’intero ciclo antibiotico era formulato in maniera molto netta. Nel frattempo, però, nuove evidenze hanno mostrato che, per numerose infezioni, cicli più brevi possono ottenere gli stessi risultati terapeutici, riducendo al contempo il rischio di effetti indesiderati. La durata ottimale, dunque, non può essere stabilita attraverso una regola valida per tutti, ma deve dipendere dal tipo di infezione, dalle condizioni del paziente e dalle indicazioni del medico.
Dalla vecchia comunicazione alle nuove evidenze
La distanza tra ciò che pensa la popolazione e ciò che emerge dalla ricerca sarebbe legata anche al successo delle campagne di salute pubblica del passato. Quei messaggi sono nati in un periodo in cui le conoscenze sulla resistenza batterica e sulla durata ottimale delle terapie erano differenti. Questo non significa, tuttavia, che gli antibiotici debbano essere interrotti autonomamente. Esistono infatti patologie per le quali trattamenti prolungati restano indispensabili, come alcune forme di tubercolosi. Per molte comuni infezioni respiratorie e batteriche, invece, la medicina tende oggi a privilegiare trattamenti più brevi quando le evidenze scientifiche lo consentono.
Il ruolo del dialogo con il medico
Per gli autori dello studio è quindi necessario aggiornare anche il modo in cui si comunica con i pazienti. Al posto di slogan e indicazioni generalizzate, l’obiettivo dovrebbe essere spiegare caso per caso quale sia la durata appropriata della terapia.
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