La Masld, o fegato grasso, è una delle complicanze metaboliche più diffuse tra le persone con diabete di tipo 2. Al congresso nazionale della Sid, a Rimini, gli esperti richiamano l’attenzione sulla diagnosi precoce e sulle nuove terapie per prevenire l’evoluzione verso fibrosi, cirrosi e tumore epatico
Fino al 70% delle persone con diabete mellito potrebbe essere interessato dalla Masld, la malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica, comunemente conosciuta come fegato grasso. Una condizione spesso priva di sintomi, che può progredire per anni senza essere riconosciuta e arrivare, nei casi più gravi, a provocare fibrosi, cirrosi e tumore del fegato.
Il tema è al centro del 31° congresso nazionale della Società Italiana di Diabetologia (Sid), in corso a Rimini fino al 31 ottobre. L’obiettivo è rafforzare la diagnosi precoce e individuare i pazienti nei quali la malattia sta già evolvendo verso forme più gravi.
«Il fegato è un protagonista della malattia metabolica che non possiamo più permetterci di trascurare», sottolinea Amalia Gastaldelli, dirigente di ricerca dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa e docente alla University of Texas Health Science Center di San Antonio. Secondo Riccardo Bonadonna, presidente eletto della Sid, l’elevata diffusione della Masld e della sua forma infiammatoria, la Mash, rappresenta una sfida quotidiana per i servizi di diabetologia, chiamati a rafforzare competenze, risorse e strumenti per garantire percorsi di cura adeguati.
Dalla steatosi alla fibrosi: come evolve la malattia
La Masld comprende diverse condizioni caratterizzate dall’accumulo di grasso nel fegato in presenza di fattori di rischio metabolico, tra cui diabete di tipo 2, obesità, ipertensione e alterazioni dei lipidi nel sangue. Nella steatosi semplice, l’accumulo di grasso non è accompagnato da un danno significativo alle cellule epatiche. In alcuni pazienti, tuttavia, la malattia evolve nella Mash, la steatoepatite associata a disfunzione metabolica, caratterizzata da infiammazione e danno cellulare. Nel tempo può svilupparsi la fibrosi, con la formazione di tessuto cicatriziale che compromette progressivamente la struttura e la funzionalità del fegato. Negli stadi più avanzati possono comparire cirrosi, insufficienza epatica e tumore. Il legame con il diabete è particolarmente stretto: la resistenza all’insulina favorisce l’accumulo di grasso nel fegato, mentre il danno metabolico può rendere più difficile il controllo della glicemia. Per questo, avverte Gastaldelli, sentirsi bene non significa necessariamente essere al riparo dalla malattia.
Diagnosi precoce e nuovi strumenti di screening
La priorità è identificare tempestivamente le persone maggiormente esposte al rischio, in particolare chi convive con il diabete di tipo 2 e presenta altri fattori metabolici. Tra gli strumenti disponibili c’è il test FIB-4, un indice che utilizza età, transaminasi e conta delle piastrine per stimare il rischio di fibrosi epatica. Il calcolo può essere effettuato anche dal medico di famiglia. Se il risultato suggerisce un rischio elevato, possono essere richiesti ulteriori approfondimenti, come l’elastografia epatica, eseguita anche attraverso il FibroScan, che misura la rigidità del fegato. La biopsia viene riservata ai casi selezionati in cui siano necessari ulteriori chiarimenti diagnostici.
Resmetirom, una nuova opzione terapeutica
Accanto al controllo del peso e degli altri fattori metabolici, si apre la prospettiva di trattamenti mirati per alcuni pazienti con Mash e fibrosi significativa. Tra le novità figura il resmetirom, autorizzato nell’Unione europea nell’agosto 2025 per gli adulti con Mash non cirrotica e fibrosi epatica moderata o avanzata, negli stadi F2-F3. Il farmaco è indicato in associazione alla dieta e all’attività fisica. Secondo quanto riportato dagli esperti, al momento non è ancora disponibile per i pazienti italiani. La sfida, dunque, non riguarda soltanto la gestione della glicemia, ma anche il riconoscimento di una patologia epatica strettamente legata alla salute metabolica. Individuare per tempo chi rischia una progressione del danno può diventare un passaggio decisivo per prevenire le complicanze più gravi.
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