Il piccolo Leone, trovato in un sacchetto di plastica a Cinisello Balsamo, è in buone condizioni cliniche e respira autonomamente. Ma non tutti i neonati abbandonati vengono soccorsi in tempo. La presidente della FNOPO, Silvia Vaccari, richiama il ruolo delle ostetriche e dei servizi territoriali; il tesoriere Elio Lopresti sottolinea l’importanza di diffondere la conoscenza del parto in anonimato e garantire percorsi di assistenza accessibili
Il piccolo Leone sta meglio. Il neonato trovato il 12 ottobre in un sacchetto di plastica a Cinisello Balsamo, nel Milanese, è in buone condizioni cliniche generali, è vivace e reattivo, respira autonomamente e si alimenta. A riferirlo è Stefano Martinelli, direttore del Dipartimento Materno Infantile e della Neonatologia e Terapia Intensiva Neonatale dell’ospedale Niguarda di Milano, dove il bambino è ricoverato. Gli accertamenti clinici proseguono per escludere eventuali complicanze legate alla nascita non assistita.
Una notizia che restituisce speranza, ma che non può chiudere la riflessione. Perché Leone è stato trovato e soccorso in tempo, mentre altri neonati abbandonati in strada, nei cassonetti o in luoghi isolati che potrebbero non avere la stessa possibilità. La vicenda riporta al centro una domanda che riguarda la prevenzione e la tutela della vita nascente: perché, nonostante in Italia esista la possibilità di partorire in ospedale senza riconoscere il proprio bambino e mantenendo riservata la propria identità, continuano a verificarsi abbandoni neonatali in condizioni che possono mettere a rischio la sopravvivenza dei piccoli? Non conoscendo le circostanze personali e familiari che hanno portato a questi episodi, sarebbe improprio formulare giudizi sulle donne coinvolte o presumere che una singola misura avrebbe necessariamente evitato quanto accaduto. È invece necessario interrogarsi sulla capacità dei servizi sanitari e sociali di raggiungere tempestivamente chi vive una gravidanza nella paura, nella solitudine, nella povertà o in una situazione di violenza e, soprattutto, far conoscere ogni dettaglio sulla legge che permette il parto in anonimato.
Parto in anonimato, cosa prevede la normativa italiana
«In Italia, la possibilità di partorire mantenendo riservata la propria identità è prevista dall’articolo 30, comma 2, del D.P.R. n. 396/2000, recante l’ordinamento dello stato civile. La disposizione consente di effettuare la dichiarazione di nascita senza indicare il nome della madre quando questa non intenda essere nominata. Il quadro normativo comprende anche l’articolo 28, comma 7, della Legge n. 184/1983, relativa all’adozione e all’affidamento dei minori, che tutela la riservatezza della donna nell’ambito dell’accesso alle informazioni sulle origini da parte della persona adottata», spiega Silvia Vaccari, Presidente della FNOPO. Il parto in anonimato consente alla donna di rivolgersi a una struttura sanitaria, ricevere assistenza durante il travaglio e la nascita e scegliere di non riconoscere il neonato. Il personale sanitario deve rispettare la riservatezza prevista dalla legge, mentre al bambino vengono garantite le cure necessarie e si attivano le procedure di protezione previste dall’ordinamento. «Non si tratta soltanto di una tutela formale. È una possibilità che può evitare a una donna che ritiene di non poter assumere la responsabilità genitoriale di affrontare il parto senza assistenza o di lasciare il neonato in un luogo pericoloso», continua Vaccari. Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto l’esistenza della norma. Una possibilità prevista dalla legge può proteggere concretamente le persone solo se è conosciuta, compresa e accessibile anche a chi vive in condizioni di isolamento o teme di rivolgersi ai servizi.
«La prevenzione deve cominciare prima dell’emergenza»
Per la Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini della Professione di Ostetrica (FNOPO), la vicenda richiama la necessità di rafforzare la prevenzione e costruire una rete territoriale capace di intercettare le situazioni di vulnerabilità prima che diventino emergenze. «Il caso del piccolo Leone ci pone una domanda che non possiamo ignorare: come possiamo fare in modo che una donna in grave difficoltà sappia di poter chiedere aiuto prima di arrivare a una situazione estrema? Non conosciamo la storia personale della madre e non dobbiamo formulare giudizi. Dobbiamo, però, interrogarci sulla capacità dei nostri servizi di raggiungere tutte le donne, comprese quelle che vivono nella paura, nella solitudine o in condizioni di forte disagio sociale». I consultori familiari rappresentano uno dei principali punti di accesso alla prevenzione e alla tutela della salute sessuale e riproduttiva. Possono offrire informazioni sulla contraccezione, accompagnamento durante la gravidanza, sostegno psicologico e orientamento verso i servizi sociali e gli altri percorsi di assistenza.
Per svolgere pienamente questa funzione, devono essere facilmente accessibili e collegati agli altri servizi del territorio. È importante che le donne possano rivolgersi a professionisti preparati senza temere di essere giudicate e che ricevano informazioni corrette sulle possibilità previste dalla legge. In questo contesto, le ostetriche possono svolgere un ruolo rilevante non soltanto durante la gravidanza e il parto, ma anche prima del concepimento e nel periodo successivo alla nascita. Le loro competenze nell’ambito della salute sessuale e riproduttiva consentono di accompagnare le donne nelle diverse fasi della vita, favorendo la consapevolezza delle scelte e l’accesso ai servizi. “Le ostetriche non sono professioniste di riferimento soltanto al momento del parto. Possono accompagnare le donne prima della gravidanza, durante la gestazione e dopo la nascita, contribuendo alla prevenzione e all’individuazione precoce delle situazioni di fragilità. Perché questo accada, devono poter operare in una rete territoriale accessibile, nella quale ogni donna trovi ascolto, informazioni e sostegno”, sottolinea Vaccari.
Lopresti: «Il parto in anonimato deve essere conosciuto da tutte»
Accanto al rafforzamento dei servizi, è fondamentale diffondere la conoscenza del parto in anonimato. La presenza di una tutela normativa, infatti, non garantisce automaticamente che le donne che ne hanno bisogno sappiano come accedervi. La paura di essere riconosciute, il timore del giudizio sociale, la violenza domestica, la dipendenza economica e la mancanza di una rete familiare possono diventare ostacoli importanti. In alcuni casi, la gravidanza può essere nascosta fino al parto, rendendo ancora più difficile l’accesso tempestivo all’assistenza. Per Elio Lopresti, tesoriere della FNOPO, «l’informazione deve raggiungere anche le persone che non frequentano abitualmente i servizi sanitari e che possono trovarsi in condizioni di particolare isolamento. Il parto in anonimato è una possibilità prevista dalla legge per tutelare la donna e il neonato, ma perché possa svolgere pienamente la sua funzione deve essere conosciuto. Una donna che teme di non poter riconoscere o crescere il proprio bambino deve sapere che può rivolgersi a una struttura sanitaria, ricevere assistenza durante il parto e mantenere riservata la propria identità. È fondamentale che queste informazioni arrivino anche a chi vive situazioni di marginalità e non sa a chi rivolgersi», spiega Lopresti.
La diffusione delle informazioni, oltre che coinvolgere consultori, ospedali, medici, ostetriche, servizi sociali e scuole, dovrebbe prevedere una campagna informativa capace di raggiungere tutte le donne. Non basta pubblicare indicazioni su siti istituzionali: occorre costruire occasioni di ascolto e orientamento, affinché le donne possano ricevere risposte comprensibili e tempestive. «Non possiamo aspettare che sia una donna in difficoltà a trovare da sola la strada per raggiungere i servizi. È necessario rafforzare la collaborazione tra professionisti sanitari e sociali, rendere più accessibili i consultori e portare l’informazione nei contesti in cui il disagio economico e relazionale può rendere più difficile chiedere aiuto. L’intervento deve tradursi in opportunità concreta, non restare soltanto un principio», aggiunge Lopresti.
Sostenere le donne, senza giudicare le loro scelte
La prevenzione degli abbandoni neonatali richiede di riconoscere la complessità delle situazioni individuali. Una donna che non desidera una gravidanza deve poter ricevere informazioni corrette ed essere guidate sul percorso più appropriato previsto dalla legge. Una donna che desidera un figlio, ma teme di non avere le risorse per crescerlo, deve poter trovare un sostegno concreto. Chi vive una situazione di violenza deve poter accedere a percorsi di protezione adeguati. Non basta invitare le donne a chiedere aiuto: occorre fare in modo che, quando lo fanno, trovino risposte tempestive e coordinate. L’assistenza sanitaria deve poter dialogare con i servizi sociali e psicologici, così da affrontare non soltanto gli aspetti clinici, ma anche le condizioni che rendono difficile vivere la gravidanza in sicurezza. «Una donna che desidera un figlio, ma si sente priva delle possibilità economiche o del sostegno necessario per crescerlo, deve poter trovare una rete capace di accompagnarla. Allo stesso modo, chi non intende assumere la responsabilità genitoriale deve conoscere le alternative sicure previste dalla legge. Il nostro compito è garantire informazioni, ascolto e percorsi concreti, senza giudicare e senza lasciare nessuna donna sola di fronte a una decisione così importante», afferma Lopresti. La tutela della maternità non significa imporre la genitorialità. Significa garantire che ogni donna possa compiere scelte consapevoli, ricevere assistenza sanitaria e trovare protezione, nel rispetto dei propri diritti e di quelli del bambino.
Parto in anonimato e culle per la vita: l’importanza dell’assistenza sanitaria
Nel dibattito sugli abbandoni neonatali vengono spesso richiamate anche le culle per la vita, dispositivi che consentono di lasciare un neonato in uno spazio protetto e che, attraverso sistemi di allarme, avvisano chi deve intervenire. Questi strumenti hanno una funzione diversa dal parto in anonimato. Una culla per la vita può offrire una possibilità di protezione dopo la nascita, ma non garantisce alla donna l’assistenza sanitaria durante il travaglio e il parto. Il percorso ospedaliero in anonimato, invece, consente di ricevere cure durante la nascita e di assicurare al neonato assistenza immediata, tutela giuridica e l’attivazione delle procedure previste per la sua protezione. La prevenzione deve quindi puntare sull’informazione e sull’accesso ai servizi sanitari, senza trascurare gli strumenti di protezione disponibili. L’obiettivo è fare in modo che le donne sappiano di poter partorire in sicurezza, mantenere riservata la propria identità e ricevere assistenza anche quando non intendono riconoscere il bambino.
Il lieto fine di Leone non basta
Le condizioni in miglioramento del piccolo Leone rappresentano una buona notizia. Ma il suo caso richiama l’attenzione anche sui neonati che non vengono trovati in tempo e sulle situazioni di vulnerabilità che possono precedere un abbandono. Non è possibile stabilire, senza conoscere la storia della donna coinvolta, quali interventi avrebbero potuto evitare quanto accaduto a Cinisello Balsamo. «Il lieto fine di Leone ci dà sollievo, ma non possiamo dimenticare i bambini che non hanno avuto la stessa fortuna. La prevenzione comincia prima dell’emergenza: tutte le donne devono sapere che recandosi presso i servizi sanitari presenti sul territorio troveranno sempre professionisti sanitari preparati e pronti ad ascoltarle e guidarle. In altre parole, dobbiamo fare in modo che ogni donna sappia di poter chiedere aiuto e che nessun neonato verrà mai lasciato senza protezione», conclude Vaccari. La sfida è fare in modo che il parto in anonimato non rimanga soltanto una possibilità prevista dalla legge, ma un’alternativa conosciuta e concretamente accessibile alle donne che ne hanno bisogno.
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