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Professioni sanitarie, ancora 896 procedimenti pendenti alla CCEPS. Salutequità: «Serve un intervento immediato, a rischio sicurezza delle cure»


Ancora numerosissimi i procedimenti pendenti al 2024 presso la Commissione Centrale per gli Esercenti le Professioni Sanitarie. Durante l’audizione in Commissione Giustizia della Camera, il presidente di Salutequità Tonino Aceti ha chiesto di affiancare alla riforma strutturale prevista dal disegno di legge un intervento urgente per ridurre l’arretrato e accelerare i procedimenti più rilevanti per la sicurezza delle cure

Sono 896 i procedimenti pendenti al 2024 presso la Commissione Centrale per gli Esercenti le Professioni Sanitarie (CCEPS), oltre 600 dei quali risalgono al periodo compreso tra il 2017 e il 2022. Si tratta di procedimenti che possono riguardare anche provvedimenti particolarmente rilevanti, come sospensioni e radiazioni dall’albo, con tempi di definizione che in alcuni casi possono protrarsi per anni.

Un arretrato di queste dimensioni solleva interrogativi non soltanto sull’efficienza della giustizia disciplinare, ma anche sulle possibili conseguenze per la sicurezza delle cure e la tutela della salute dei cittadini.

Da qui la questione posta da Salutequità: è sufficiente attendere i tempi ordinari di approvazione della riforma oppure, in attesa del nuovo assetto, è necessario un intervento immediato attraverso un decreto-legge?

L’audizione di Salutequità alla Camera

È questo uno dei temi portati da Tonino Aceti, presidente di Salutequità, davanti alla Commissione Giustizia della Camera dei deputati, nel corso dell’audizione sul disegno di legge AC 2880, presentato dai ministri Schillaci, Giorgetti, Nordio e Zangrillo, per la riforma della CCEPS.

Secondo Aceti, il provvedimento affronta finalmente in maniera strutturale una criticità reale, ma proprio il quadro delineato dalla riforma evidenzia la necessità di intervenire rapidamente.

La relazione illustrativa del Ddl richiama infatti criticità strutturali e una situazione di paralisi operativa, con centinaia di procedimenti arretrati e casi che possono riguardare anche sospensioni e radiazioni.

Per Salutequità, dunque, la tutela della salute non può essere subordinata alla conclusione dell’intero iter legislativo. L’associazione propone di valutare la possibilità di un decreto-legge che introduca nell’immediato le misure necessarie a ridurre l’arretrato e ad accelerare i procedimenti più rilevanti per la sicurezza delle cure, lasciando al disegno di legge il compito di definire in modo stabile organizzazione e funzionamento della Commissione.

Tempi certi per cittadini e professionisti

L’obiettivo, sottolinea Salutequità, non è contrapporre il paziente al professionista, ma garantire a entrambi decisioni tempestive, motivate, indipendenti e verificabili. «Una giustizia disciplinare che arriva dopo anni – prosegue Aceti – rischia di perdere efficacia sia per il cittadino sia per il professionista, depotenziando molto anche il ruolo degli ordini professionali. L’urgenza riguarda quindi anche la certezza dei diritti».

Il fattore tempo diventa quindi centrale: un procedimento definito a distanza di molti anni può perdere parte della propria efficacia, sia sul piano della tutela del cittadino sia su quello delle garanzie del professionista coinvolto.

Stop alla sospensione automatica degli effetti della sanzione

Tra le novità strutturali contenute nel Ddl, Salutequità considera particolarmente rilevante il superamento della sospensione automatica degli effetti della sanzione. La modifica potrebbe ridurre il rischio che provvedimenti disciplinari gravi rimangano di fatto inefficaci per anni. Perché la misura possa raggiungere questo obiettivo, tuttavia, secondo l’associazione dovrà essere accompagnata da tempi certi e brevi sia per la fase cautelare sia per la decisione definitiva.

Salutequità propone inoltre di tenere conto del diverso impatto dei procedimenti sulla salute pubblica. Le controversie relative a sospensioni, radiazioni e alle situazioni maggiormente rilevanti per la sicurezza delle cure dovrebbero quindi essere trattate con particolare tempestività, sempre nel rispetto delle garanzie processuali.

Più trasparenza sui tempi e sui risultati

Un secondo punto riguarda la trasparenza. I Massimari pubblicati dal Ministero permettono di conoscere gli orientamenti della CCEPS, ma, secondo Salutequità, non sono sufficienti per valutare in modo completo l’efficienza e la tempestività del sistema. L’associazione propone quindi una relazione pubblica annuale al Parlamento, attraverso la quale rendere disponibili almeno alcuni indicatori fondamentali: numero dei ricorsi ricevuti e definiti, procedimenti ancora pendenti, anzianità dell’arretrato, tempi medi e mediani di decisione, sospensioni e radiazioni impugnate, durata delle fasi cautelari, esiti aggregati e andamento rispetto all’anno precedente.

«Una riforma non si misura solo dal numero delle nuove norme introdotte – osserva Aceti – ma dai risultati che produce. Bisogna poter sapere subito quanto è diminuito l’arretrato, quanto si sono accorciati i tempi e quanto rapidamente vengono affrontati i casi più delicati per la sicurezza delle cure».

L’obiettivo, aggiunge, è evitare che tra alcuni anni si debba nuovamente constatare l’inefficienza del sistema.

Terzietà e conflitti di interesse

Salutequità richiama inoltre la necessità di rafforzare le garanzie di terzietà e di assicurare una gestione trasparente dei conflitti di interesse. Tra le possibili misure indicate figurano la dichiarazione dei conflitti, specifici obblighi di astensione, maggiore trasparenza sulla composizione dei collegi, un’adeguata motivazione delle decisioni e la pubblicazione, in forma anonimizzata, degli orientamenti della Commissione. Secondo l’associazione, questi strumenti potrebbero contribuire a rafforzare la fiducia nel sistema e la verificabilità delle decisioni assunte.

Dal contenzioso alla prevenzione

Il contenzioso disciplinare potrebbe inoltre diventare, secondo Salutequità, uno strumento di prevenzione. Le informazioni aggregate e anonimizzate provenienti dai procedimenti potrebbero infatti consentire di individuare fenomeni ricorrenti legati a comportamenti professionali, carenze formative o problemi organizzativi. Questi dati potrebbero essere utilizzati, nel rispetto delle competenze e della privacy, per rafforzare le attività di risk management, formazione e prevenzione degli eventi avversi. «Non solo intervenire su ciò che è accaduto – sottolinea Aceti – ma utilizzare ciò che è accaduto per ridurre il rischio che accada di nuovo».

Valutare gli effetti della riforma dopo 12 o 24 mesi

Infine, Salutequità propone di prevedere una valutazione dell’impatto della riforma dopo 12 o 24 mesi, sulla base di indicatori definiti fin dall’avvio del nuovo sistema. La verifica dovrebbe considerare non soltanto il numero di fascicoli smaltiti, ma anche la riduzione effettiva dei tempi di definizione, l’andamento del nuovo arretrato, la rapidità con cui vengono decisi i casi più rilevanti per la sicurezza delle cure e la capacità complessiva del nuovo assetto di funzionare con le risorse disponibili.

Particolare attenzione dovrebbe essere riservata anche alla clausola di invarianza economico-finanziaria prevista dal provvedimento, sulla quale Salutequità ha espresso forti perplessità. La verifica, secondo l’associazione, dovrebbe consentire di valutare se tale impostazione sia effettivamente sostenibile o se siano necessarie risorse dedicate.

Cinque criteri per il nuovo sistema

Per Aceti, la riforma della CCEPS dovrà essere valutata non soltanto sulla base delle modifiche normative introdotte, ma soprattutto sulla capacità del nuovo sistema di produrre risultati concreti. «La CCEPS non è soltanto un giudice dei rapporti tra Ordini e professionisti – conclude Aceti –. Le sue decisioni possono produrre conseguenze concrete sulla sicurezza delle persone assistite».

Per questo, secondo Salutequità, il nuovo sistema dovrà essere misurato attraverso cinque dimensioni fondamentali: certezza del diritto, tempestività, trasparenza, indipendenza e prevenzione.

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