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Scompenso cardiaco, le società scientifiche chiedono un più facile accesso ai farmaci innovativi

«Migliorare l’accesso alle terapie significa ridurre le disuguaglianze, ottimizzare le risorse e contenere i costi legati alle ospedalizzazioni ripetute» rileva un position statement sottoscritto dai rappresentanti delle principali società scientifiche, insieme ai vertici di Fism – Federazione società Medico-Scientifiche Italiane e Fnomceo, che chiedono di sburocratizzare i piani burocratici nella cura dello scompenso cardiaco

L’accesso ai farmaci innovativi per le principali patologie cardiovascolari rappresenta una sfida ancora aperta per il Servizio sanitario nazionale. Circa un milione di persone con scompenso cardiaco, sindrome cardio-nefro-metabolica e fibrillazione atriale possono oggi beneficiare di terapie efficaci, ma la loro diffusione è spesso rallentata da procedure burocratiche complesse e non uniformi sul territorio.

Il position statement delle società scientifiche

Da questa criticità nasce il position statement pubblicato sul numero di gennaio 2026 del Giornale italiano di Cardiologia. Coordinato da Michele Senni e sottoscritto dai rappresentanti delle principali società scientifiche, insieme ai vertici di Fism e Fnomceo, il documento analizza i limiti attuali dei Piani terapeutici e avanza una proposta di riforma.

Quando il Piano terapeutico diventa un ostacolo nella cura dello scompenso cardiaco

Nato per garantire l’appropriatezza prescrittiva, il Piano terapeutico finisce spesso per rallentare l’accesso a cure in grado di ridurre mortalità e ospedalizzazioni. La sua compilazione sottrae tempo all’attività clinica dei medici e contribuisce indirettamente all’allungamento delle liste d’attesa.

Le quattro proposte di riforma

Il documento individua quattro interventi principali: un Piano terapeutico semplificato limitato alla prima prescrizione, con rinnovo automatizzato; l’uniformazione nazionale dei criteri prescrittivi e delle figure autorizzate; la restituzione dei dati dei registri Aifa alla comunità scientifica; l’eliminazione del Piano terapeutico per i farmaci con profilo di costo-efficacia favorevole e ampia esperienza clinica.

Il peso burocratico sulle visite mediche

La compilazione di un Piano terapeutico richiede in media dai dieci ai venti minuti e non può essere delegata a personale amministrativo. Questo tempo incide in modo significativo sulla durata delle visite e riduce le ore disponibili per l’assistenza clinica diretta.

Il rischio di interruzioni terapeutiche

L’obbligo di rinnovo periodico, generalmente ogni sei o dodici mesi, può compromettere la continuità delle cure. Le interruzioni del trattamento sono associate a un aumento del rischio di ospedalizzazione, a un peggioramento delle condizioni cliniche e a una maggiore mortalità.

La regionalizzazione del sistema sanitario determina forti differenze nell’accesso ai farmaci. In alcune regioni solo specifiche categorie di specialisti possono redigere o aggiornare i Piani terapeutici, creando disparità anche all’interno dello stesso territorio e penalizzando molti pazienti.

Il nodo della prescrizione nel privato accreditato

Un’ulteriore criticità riguarda i medici che operano in regime privato o nelle strutture private accreditate con il Servizio sanitario nazionale, ai quali spesso non è consentita la prescrizione. Il documento propone di estendere questa possibilità agli specialisti accreditati, garantendo adeguati sistemi di monitoraggio clinico.

I dati raccolti attraverso i Piani terapeutici rappresentano una risorsa preziosa per la ricerca e la programmazione sanitaria. Tuttavia, l’accesso limitato a queste informazioni ne riduce l’impatto scientifico e decisionale.

Verso registri più utili alla ricerca

Per valorizzare i registri Aifa, gli autori auspicano una revisione delle modalità di raccolta e utilizzo dei dati, con maggiore standardizzazione e un coinvolgimento più attivo dei professionisti sanitari nella loro progettazione.

Un obiettivo clinico, etico e organizzativo

La semplificazione dei Piani terapeutici viene indicata come una priorità non solo clinica, ma anche etica e organizzativa. Migliorare l’accesso alle terapie significa ridurre le disuguaglianze, ottimizzare le risorse e contenere i costi legati alle ospedalizzazioni ripetute.

Il documento si propone infine come uno strumento di confronto tra società scientifiche e istituzioni, in una fase in cui l’innovazione terapeutica deve procedere di pari passo con la sostenibilità di un sistema sanitario pubblico e universalistico.

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