Per tutelare chi lavora in prima linea, diverse Aziende sanitarie hanno adottato tecnologie innovative per contrastare il fenomeno delle aggressioni ai sanitari. Voce della Sanità ripercorre le principali esperienze recenti, sottolineando l’importanza di strumenti concreti e di strategie integrate per garantire sicurezza e serenità a chi salva vite
di Elisabetta Turra
La violenza contro chi ogni giorno mette la propria competenza e umanità al servizio della salute è una ferita aperta nel nostro Servizio sanitario nazionale. Non più emergenza episodica, ma tendenza in crescita: secondo il monitoraggio dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie istituito dal Ministero della Salute, nel 2024 sono state segnalate oltre 18mila aggressioni ai sanitari che hanno coinvolto circa 22 mila operatori sanitari su tutto il territorio nazionale, con un aumento del 5,5 % rispetto all’anno precedente e una media di 116 episodi di violenza per ciascuna azienda sanitaria locale in un solo anno. Questi dati confermano che il fenomeno non risparmia nessuna categoria: infermieri, medici, operatori sociosanitari, oltre ad altri professionisti e personale di supporto. Le aggressioni avvengono prevalentemente nei pronto soccorso, nei reparti ospedalieri e nei servizi di emergenza, dove la pressione di bisogni urgenti, attese prolungate e tensioni emotive può scatenare reazioni estreme.
La Giornata contro le aggressioni ai sanitari
In occasione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari, che si celebra il 12 marzo, il sindacato dei medici CIMO-FESMED ha lanciato la campagna social “Mani aperte per curare, non per difendersi o schivare”. Un messaggio semplice ma potente: le mani di chi lavora nella sanità devono servire per assistere e salvare, non per proteggersi dalle aggressioni. “Le mani del personale sanitario servono per visitare, operare, assistere i pazienti, aiutarli nella riabilitazione e somministrare terapie – spiega Guido Quici, presidente CIMO-FESMED –. Ogni volta che quelle mani sono costrette a difendersi da aggressioni, vengono sottratte alla loro missione: curare. E quando questo accade la vittima non è solo il medico o l’infermiere colpito, ma anche tutti i pazienti che hanno bisogno del loro aiuto”. Quici sottolinea inoltre la necessità di un cambio di passo culturale: “Serve ricostruire l’alleanza tra medico e paziente e migliorare la comunicazione con pazienti e familiari. Solo così il sistema sanitario potrà tornare a essere percepito come un luogo di cura e non come un bersaglio”.
Trapani: l’“uomo a terra”
Accanto alla sensibilizzazione e alla prevenzione culturale, alcune aziende sanitarie stanno introducendo strumenti tecnologici per rafforzare la sicurezza degli operatori. Pochi giorni fa un passo significativo è stato compiuto dall’ASP di Trapani, che ha consegnato ai medici e infermieri dei pronto soccorso dispositivi personali di allarme noti come “uomo a terra” tracker. Questi device – simbolicamente assegnati nel corso della Giornata internazionale della donna – si collegano alla centrale operativa della vigilanza e possono attivare un allarme non soltanto tramite un pulsante manuale, ma anche automaticamente in caso di caduta improvvisa dell’operatore. La consegna, partita dai pronto soccorso di Mazara del Vallo, Castelvetrano, Alcamo, Marsala e Trapani, anticipa una distribuzione più ampia anche ai reparti di Psichiatria, Cup, casse e altri servizi. Questa iniziativa rappresenta una svolta importante: l’attività sanitaria non può essere svolta sotto la costante minaccia di violenze fisiche o verbali. Dotare il personale di strumenti di allarme immediato è un primo passo concreto per garantire non solo reattività, ma anche un maggiore senso di protezione.
Braccialetti SOS a Treviso e sistema integrato ad Alessandria
L’iniziativa di Trapani non è un caso isolato. Nel 2025 diversi territori hanno sperimentato tecnologie dedicate alla sicurezza. Nel pronto soccorso dell’Ulss 2 Marca Trevigiana sono stati distribuiti 120 braccialetti anti-aggressione con pulsante SOS collegato h24 alla centrale operativa, pronta ad allertare vigilanza e forze dell’ordine. Allo stesso anno risale il progetto dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Alessandria, che ha integrato strumenti personali di allarme con sistemi di videosorveglianza e collegamento diretto con le forze dell’ordine, in grado di inviare allarmi automatici in caso di inattività o caduta dell’operatore.
Sensori e allarmi nell’ospedale di Ancona
Nella primavera del 2025 l’Azienda ospedaliero-universitaria delle Marche ha adottato sensori di sicurezza e dispositivi di allerta personale per il personale sanitario. I sistemi possono inviare segnali di emergenza sia premendo un pulsante sia rilevando automaticamente una caduta o un’immobilità sospetta. Questo approccio “ibrido”, manuale e automatico, amplia le possibilità di intervento proprio quando l’operatore non ha la possibilità di reagire.
Bodycam per i soccorritori del 118
Un’altra sperimentazione significativa è stata avviata nel 2024 con l’introduzione delle bodycam per alcuni soccorritori del servizio 118. Le telecamere indossabili possono essere attivate in situazioni di aggressione o minaccia e funzionano come deterrente, oltre a documentare eventuali episodi di violenza contro il personale sanitario. Si tratta di una prima esperienza che potrebbe aprire la strada a un utilizzo più diffuso di sistemi di videoregistrazione a tutela degli operatori dell’emergenza.
Un fenomeno che sfida la sanità civile
Il problema delle aggressioni al personale sanitario non riguarda solo l’Italia. Organismi internazionali e associazioni di categoria segnalano da anni un trend in crescita. Nel nostro Paese, tra il 2019 e il 2021, sono stati registrati oltre 4.800 casi di aggressioni, con una forte prevalenza femminile tra le vittime – oltre il 70 per cento – segno che la violenza colpisce soprattutto quel personale, come infermieri, operatori sociosanitari e medici, che rappresenta la spina dorsale del Servizio sanitario nazionale. Le cause sono molteplici: attese percepite come eccessive, difficoltà di accesso alle cure, tensioni sociali e una crescente delegittimazione della figura professionale. Tutti fattori che rischiano di trasformare i luoghi di cura in contesti di conflitto.
Oltre l’allarme, le soluzioni
I dispositivi anti-aggressione e i sistemi di allarme personale non sono una soluzione definitiva, ma rappresentano strumenti concreti per rafforzare la protezione di chi lavora in prima linea. La diffusione di tecnologie come bodycam, braccialetti SOS, dispositivi “uomo a terra” e sistemi integrati di allarme può diventare un tassello importante di una strategia più ampia, che dovrebbe includere formazione del personale, riorganizzazione dei percorsi di accesso alle cure, campagne di sensibilizzazione e sanzioni più efficaci contro gli aggressori. Solo attraverso un impegno condiviso – istituzionale, culturale e organizzativo – la sanità potrà tornare a essere percepita non come un bersaglio, ma come un bene comune da proteggere.
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