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Case di comunità, tra resistenze e carenze di personale la riforma procede a rilento

A un anno dalle scadenze del PNRR, meno del 3% delle strutture è pienamente operativo. Carenze di personale e disomogeneità tra le regioni mettono in dubbio l’efficacia del modello di assistenza territoriale e sollevano preoccupazioni tra i medici di base

di Silke Bridi


La corsa verso la realizzazione delle Case di Comunità (CdC) previste dalla riforma dell’assistenza territoriale del PNRR appare ancora lenta e piena di ostacoli in gran parte del Paese. Le CdC rappresentano infatti un progetto cardine del Decreto Ministeriale 77/2022, inserito nella Missione 6 “Salute” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma la loro attuazione procede con fatica.

A fotografare la situazione attuale è l’ultimo studio di monitoraggio dell’Osservatorio della Fondazione GIMBE, presentato l’8 ottobre e basato sui dati Agenas (8° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale): meno del 3% delle Case di Comunità previste risulta oggi pienamente operativo. Il quadro si fa ancora più critico se si guarda agli Ospedali di Comunità, molti dei quali non dispongono ancora di tutti i servizi obbligatori necessari per una completa attivazione.

In questo contesto, il quadro nazionale risulta frammentato e disomogeneo tra le diverse regioni, con ritardi significativi nell’attuazione della riforma che rendono più difficile il pieno raggiungimento degli obiettivi di rafforzamento della sanità territoriale.

Il Lazio, pur registrando inaugurazioni recenti – l’ultima l’11 dicembre dall’ASL Roma 1 per i quartieri Eroi, Montespaccato e Valle Aurelia – deve accelerare notevolmente per raggiungere gli obiettivi entro la scadenza del 2026. Il PNRR prevede infatti 131 Case di Comunità e 35 Ospedali di Comunità in tutta la regione, con investimenti significativi. L’avanzamento risulta irregolare: a fine 2025 alcuni progetti sono avviati (come ad Acilia, Infernetto e Tiburtino III) mentre molti altri sono ancora in ritardo o non del tutto attivi.

Il modello delle Case di comunità, quali prospettive

Le CdC rientrano nella riorganizzazione dell’assistenza territoriale e rappresentano uno dei pilastri del nuovo modello di sanità di prossimità previsto dal PNRR (2021-2026), insieme agli Ospedali di Comunità e alle Centrali Operative Territoriali. Definite dal DM 77/2022 come presidi territoriali, garantiscono servizi sanitari e sociosanitari integrati tra cui visite mediche, screening, attività consultoriali, vaccinazioni e assistenza domiciliare. L’obiettivo istituzionale è quello di fornire ai cittadini un punto di riferimento sanitario e sociale sul territorio che sia collegato alle altre strutture della rete assistenziale (ospedali di comunità, centrali operative territoriali e farmacie di comunità) con l’intento di ridurre la pressione sugli ospedali, abbreviare le liste d’attesa e limitare gli accessi non urgenti ai pronto soccorso. A meno di un anno dalle scadenze previste dal PNRR, lo stato di attivazione di queste strutture resta ancora molto indietro, con il rischio di impiegare ingenti risorse per creare vere e proprie “cattedrali nel deserto” senza affrontare una questione cruciale, vale a dire la disponibilità di professionisti sanitari come infermieri, medici di medicina generale (MdG), ostetriche e assistenti sanitari che sono indispensabili per il loro funzionamento.

I dubbi dei medici di base sulle Case di Comunità

Le maggiori criticità operative della realizzazione delle CdC vengono correlate dagli stessi operatori sanitari soprattutto alla carenza di personale, in particolare di medici di medicina generale. Un aspetto centrale riguarda proprio la posizione di alcuni MMG, rispetto alle Case di Comunità. Sondaggi e dibattiti tra professionisti evidenziano opinioni divergenti: alcuni vedono un’opportunità per rafforzare l’assistenza sul territorio, mentre altri denunciano mancanza di chiarezza sui ruoli, sugli obiettivi operativi e sulla gestione del tempo medico all’interno delle nuove strutture.

In contributi e lettere pubblicate su quotidiani sanitari, diversi medici hanno espresso scetticismo sulle modalità di inserimento nelle CdC e sulle reali possibilità organizzative e contrattuali del ruolo unico previsto dal nuovo Accordo Collettivo Nazionale (ACN) per i medici di medicina generale. Questo modello, che prevede l’integrazione tra medici di medicina generale e medici di continuità assistenziale (ex guardia medica), sta suscitando non poche preoccupazioni tra i professionisti. Il sistema si basa sulla rotazione dei medici tra gli studi e le Case di Comunità, ma molti di loro seguono già fino a 1.500–1.800 pazienti, il che rende complesso garantire una presenza adeguata nelle nuove strutture. La principale criticità consiste quindi nell’assicurare la copertura delle CdC senza sovraccaricare il personale né penalizzare l’attività ambulatoriale.

Viene inoltre evidenziato come modelli basati su dipendenza diretta o orari obbligatori possano ridurre le tutele contrattuali, aumentare il carico burocratico e non garantire un reale miglioramento della qualità clinica. 

Sussiste quindi il rischio di sovraccarico lavorativo, legato alla difficoltà di programmare le ore effettive che ogni MMG potrà dedicare alle CdC per ciascuna ASL. Inoltre, secondo alcuni medici, il nuovo ACN potrebbe addirittura generare un effetto di “competizione” tra le attività ambulatoriali e quelle svolte all’interno dei nuovi presidi: all’aumentare del numero di pazienti, diminuisce il tempo disponibile per le strutture, rendendo la rotazione dei medici nelle CdC fortemente dipendente dall’ingresso di nuovi professionisti.

Le Case di Comunità rappresentano un progetto innovativo e strategico per la sanità territoriale italiana. Tuttavia, alla fine del 2025 la loro reale efficacia è compromessa da carenze di personale, soprattutto di medici di base, e da ritardi nell’implementazione dovuti alle differenze tra regioni. Le opinioni dei MMG mettono in luce resistenze organizzative e professionali che non possono essere ignorate: senza reale partecipazione e adeguata valorizzazione dei medici, le CdC rischiano di diventare strutture poco operative anziché presidi fondamentali del sistema sanitario. Resta quindi aperto un terreno di confronto tra Governo, Regioni e categorie professionali, che rischia di accentuare le disparità nell’accesso alle cure, soprattutto nelle regioni meridionali, dove la disponibilità di strutture e personale è più limitata.

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