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ADHD in Europa, aumentano le diagnosi ma non la diffusione del disturbo

La crescita dei casi riconosciuti di ADHD sarebbe legata soprattutto a una maggiore consapevolezza e a criteri diagnostici in evoluzione. Ancora oggi, donne e adulti rischiano di non ricevere una diagnosi

Non necessariamente più persone con ADHD, ma più persone che riescono a ottenere una diagnosi. È questa la distinzione che emerge dalle più recenti evidenze scientifiche sull’andamento del disturbo da deficit di attenzione e iperattività in Europa. Nonostante il numero delle diagnosi sia cresciuto sensibilmente negli ultimi anni, non ci sono prove che la condizione sia diventata più diffusa nella popolazione.

Il tema è stato affrontato da Anita Thapar, docente all’Università di Cardiff ed ex presidente della task force sull’ADHD del servizio sanitario inglese NHS England, durante il 39° congresso dell’European College of Neuropsychopharmacology (ECNP), in corso a Monaco di Baviera. La ricercatrice ha presentato una sintesi delle evidenze disponibili, evidenziando il ruolo della maggiore consapevolezza, dell’evoluzione dei criteri diagnostici e del riconoscimento di persone che in passato rimanevano escluse dai percorsi di assistenza.

Le stime europee restano stabili

Secondo i dati illustrati da Thapar, l’ADHD interessa circa il 5-7% dei bambini e il 2-3% degli adulti in Europa. Le stime risultano sostanzialmente stabili e simili nei diversi Paesi, mentre cambiano in modo significativo il numero delle diagnosi e quello delle persone che ricevono un trattamento farmacologico.

A fare la differenza sono soprattutto l’accessibilità dei servizi sanitari, le modalità di valutazione clinica e il livello di conoscenza del disturbo. «L’aumento dei casi di ADHD in Europa sembra dovuto principalmente a un cambiamento nella consapevolezza e nella diagnosi», ha spiegato Thapar, sottolineando che in alcuni Paesi esistono ancora segnali di una possibile sottodiagnosi.

Farmaci in aumento, soprattutto tra le donne adulte

Un’indagine osservazionale pubblicata su The Lancet Regional Health – Europe ha analizzato l’utilizzo dei farmaci per l’ADHD in Belgio, Germania, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito tra il 2010 e il 2023, documentando una crescita del ricorso a queste terapie. Nel Regno Unito, in particolare, la quota della popolazione che assume medicinali per il disturbo è passata dallo 0,12% allo 0,39%, più che triplicando nell’arco del periodo considerato. L’incremento è stato particolarmente marcato tra le donne adulte.

L’aumento delle prescrizioni, tuttavia, non dimostra di per sé che il disturbo sia diventato più comune. Secondo Thapar, i dati riflettono anche una maggiore capacità dei sistemi sanitari di individuare persone che per anni non erano state riconosciute o indirizzate verso una valutazione specialistica.

Donne e adulti, le categorie a lungo trascurate

Per molto tempo l’ADHD è stato considerato soprattutto un disturbo dell’infanzia e identificato più frequentemente nei maschi. Le manifestazioni nelle ragazze e nelle donne adulte hanno invece ricevuto meno attenzione, contribuendo a ritardi nella diagnosi e nell’accesso alle cure.

La maggiore diffusione delle conoscenze scientifiche ha favorito una revisione di questa prospettiva, portando alla luce situazioni che in precedenza potevano passare inosservate.

Criteri diagnostici e trattamenti: un equilibrio da valutare

Un altro aspetto riguarda l’evoluzione delle soglie utilizzate per stabilire quando una condizione richiede un intervento clinico. Come accade per altri problemi di salute, tra cui l’ipertensione e il colesterolo elevato, anche per l’ADHD le indicazioni possono cambiare in base alle nuove evidenze scientifiche. Il disturbo, inoltre, può manifestarsi con intensità differenti e non tutte le persone necessitano dello stesso tipo di trattamento. Le linee guida prevedono generalmente il ricorso iniziale a interventi di supporto non farmacologico, riservando i medicinali ai casi in cui queste strategie non siano sufficienti.

La crescita delle diagnosi ha alimentato interrogativi sul rischio di sovradiagnosi. Secondo Thapar, tuttavia, le prove scientifiche disponibili su questo fenomeno restano limitate. Nel Regno Unito, al contrario, il numero delle persone riconosciute dai servizi clinici sarebbe ancora inferiore a quello atteso sulla base della prevalenza stimata nella popolazione.

La ricerca chiede più risorse

Sulla stessa linea si è espressa Barbara Franke, ricercatrice della Radboud University di Nijmegen, nei Paesi Bassi, che non ha partecipato alla sintesi presentata al congresso. Franke ha ricordato come per anni gli studiosi abbiano cercato di richiamare l’attenzione sulla sottodiagnosi dell’ADHD tra le donne e gli adulti.

La rapida diffusione di queste conoscenze nella popolazione, secondo la ricercatrice, può aver alimentato la percezione di un aumento improvviso del disturbo. Franke ha inoltre evidenziato che, nonostante la diffusione dell’ADHD e le sue conseguenze sulla vita quotidiana, la ricerca continua a ricevere finanziamenti insufficienti.

La sfida per i sistemi sanitari europei

Il confronto al congresso ECNP, basato soprattutto sui dati britannici e integrato con evidenze provenienti da altri Paesi europei, punta a individuare risposte adeguate alla crescita delle richieste di valutazione e trattamento. L’obiettivo è garantire diagnosi accurate e percorsi di assistenza appropriati, evitando sia il rischio di identificazioni non corrette sia quello di lasciare senza supporto chi presenta effettivamente il disturbo.

La relazione di Thapar rappresenta una sintesi critica degli studi già disponibili e non la presentazione di una nuova ricerca epidemiologica sulla prevalenza dell’ADHD. Il messaggio centrale è che l’aumento delle diagnosi, da solo, non basta a dimostrare una maggiore diffusione del disturbo: per comprendere il fenomeno occorre considerare anche i cambiamenti nella conoscenza, nei criteri clinici e nell’accesso alle cure.

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