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Tumori, la cachessia inizia prima del dimagrimento: la ricerca della Sapienza punta sulla diagnosi precoce

Il tumore può alterare il tessuto adiposo e influenzare l’appetito molto prima che la perdita di peso diventi evidente. Gli studi presentati al Congresso nazionale SINuC individuano nuovi possibili marcatori per intercettare precocemente il rischio di cachessia

La perdita di peso nei pazienti oncologici potrebbe essere soltanto il segnale più evidente di un processo già in corso da tempo. Il tumore, infatti, è in grado di modificare il metabolismo e agire sul tessuto adiposo ancora prima che compaiano i segni clinici della cachessia. È quanto emerge dalle ricerche condotte negli ultimi anni dal gruppo del Dipartimento di Medicina Traslazionale e di Precisione della Sapienza Università di Roma, presentate al IX Congresso Nazionale della SINuC, svoltosi a Parma.

Gli studi, realizzati su pazienti con tumore appena diagnosticato e non ancora sottoposti a trattamenti, indicano che le alterazioni metaboliche possono precedere la perdita di peso. Un risultato che rafforza l’importanza di anticipare la valutazione nutrizionale: non quando il dimagrimento diventa evidente, ma fin dal momento della diagnosi.

La cachessia e il ruolo del tessuto adiposo

La cachessia è una condizione caratterizzata dalla perdita involontaria di peso, massa muscolare e tessuto adiposo, che accompagna numerose patologie oncologiche. Può compromettere la tolleranza alle terapie, peggiorare la qualità della vita e influenzare negativamente la prognosi.

Per molto tempo la ricerca si è concentrata soprattutto sulla perdita di massa muscolare. Il gruppo della Sapienza ha invece approfondito il ruolo del tessuto adiposo, riconoscendone la funzione di organo metabolicamente attivo e non di semplice riserva energetica. I ricercatori hanno esaminato piccoli campioni di grasso sottocutaneo prelevati durante interventi chirurgici in pazienti con tumore dello stomaco, del pancreas e del colon-retto, confrontandoli con quelli di persone operate per patologie benigne.

I risultati, pubblicati nel 2024 sulla rivista Cancer & Metabolism, hanno evidenziato nei pazienti oncologici una maggiore espressione di ATGL e HSL, due enzimi coinvolti nella degradazione dei grassi. L’aumento è stato riscontrato anche in pazienti che non presentavano ancora i criteri clinici della cachessia, con valori particolarmente elevati nei tumori gastrici e pancreatici.

Nuovi marcatori per individuare il rischio

«I nostri studi indicano che il tumore agisce sul tessuto adiposo e sull’appetito molto presto, spesso prima che il paziente o il medico se ne accorgano», spiega il professor Alessio Molfino, ordinario di Medicina alla Sapienza Università di Roma.

Da qui la necessità di inserire la valutazione nutrizionale nel percorso oncologico fin dal momento della diagnosi. Le evidenze raccolte, pur provenendo da gruppi di pazienti ancora limitati e quindi da confermare attraverso studi più ampi, potrebbero aprire la strada all’identificazione di marcatori in grado di riconoscere precocemente le persone maggiormente esposte al rischio di cachessia.

Un ulteriore filone di ricerca ha riguardato la possibilità di individuare queste alterazioni attraverso un semplice esame del sangue. Analizzando i campioni di pazienti con tumori dell’apparato digerente, prima dell’inizio delle cure, e confrontandoli con quelli di persone senza neoplasie, gli studiosi hanno rilevato livelli più elevati di alcuni microRNA nei pazienti oncologici.

Tra questi, il miR-155 ha mostrato un incremento particolare nei soggetti che avevano già sviluppato cachessia e presentavano una minore quantità di grasso corporeo. Se confermato da ulteriori studi, potrebbe diventare un indicatore utile per individuare precocemente le alterazioni metaboliche associate alla malattia.

Perdita di appetito, sotto osservazione la molecola GDF-15

Accanto al progressivo consumo delle riserve dell’organismo, un altro elemento centrale nella cachessia oncologica è la perdita di appetito. Un fenomeno che, come sottolinea il professor Maurizio Muscaritoli, presidente della SINuC, non è soltanto una conseguenza psicologica della malattia, ma ha anche una precisa base biologica.

In uno studio pubblicato sulla rivista Cancers, i ricercatori hanno misurato i livelli di GDF-15 in 59 pazienti con tumore gastrointestinale o polmonare. Si tratta di una molecola prodotta in condizioni di stress e infiammazione, capace di agire sui centri cerebrali che regolano il senso di sazietà. Le analisi hanno mostrato concentrazioni di GDF-15 più elevate nei pazienti oncologici rispetto ai controlli sani. All’interno del gruppo dei pazienti, i valori maggiori sono stati riscontrati in chi aveva già manifestato una riduzione dell’appetito.

Un risultato particolarmente interessante anche in prospettiva terapeutica: GDF-15 è infatti uno dei bersagli dei nuovi farmaci attualmente in fase di sperimentazione contro la cachessia. La sfida, dunque, è riconoscere e contrastare le alterazioni nutrizionali e metaboliche prima che diventino clinicamente evidenti, integrando la presa in carico nutrizionale fin dalle prime fasi del percorso oncologico.

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