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Spesa sanitaria privata e rinuncia alle cure, i numeri di Gimbe fanno emergere le criticità della sanità del Lazio

Secondo il presidente della fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, i dati «indicano che circa il 40 per cento della spesa delle famiglie è a basso valore, ovvero non apporta reali benefici alla salute». In generale le Regioni con migliori performance nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) registrano una spesa pro-capite superiore alla media nazionale

Il diritto alla Salute nella Regione Lazio è in sofferenza. Almeno questo secondo l’ultimo report della Fondazione Gimbe che testimonia come la Regione sia al secondo posto su base nazionale per i cittadini che rinunciano alle cure ed è la regione italiana con la più alta spesa privata per la salute delle famiglie. 

Spesa sanitaria pro capite

Ecco il dettaglio dei numeri. Nel Lazio la spesa sanitaria pro-capite del 2023 si attesta a 852 euro, a fronte di una media nazionale di 730 euro con una forchetta che va dai 1.023 euro della Lombardia ai 377 euro della Basilicata. Nella classifica generale – che emerge dal rapporto della fondazione Gimbe – la Regione Lazio si colloca in terza posizione in Italia per spesa sanitaria privata, dopo l’Emilia Romagna (861 euro di spesa pro capite) e la Lombardia (1.032 euro spesa pro capite). In quarta posizione, dopo il Lazio, seguono: il Veneto con 847 euro e la provincia autonoma di Trento con 844 euro. Le regioni più virtuose, che chiudono la classifica, sono Campania (431 euro), Calabria (416 euro) e Basilicata (377 euro). 

Oltre il 10% dei cittadini rinuncia alle cure nel Lazio

Non va meglio nel Lazio sul fronte dei cittadini che rinunciano alle cure: la percentuale arriva al 10,5 – ben al di sopra della media nazionale (7,6 per cento) – e mette il Lazio in seconda posizione su base nazionale. In nove Regioni italiane, infatti, la percentuale di coloro che rinuncia alle cure supera la media nazionale, con la Sardegna in testa che fa il 13,7 per cento, seguita dal Lazio (seconda) e dalle Marche con il 9,7 per cento. In coda alla classifica ci sono: provincia autonoma di Bolzano e Friuli Venezia Giulia entrambe con un tasso di rinuncia del 5,1 per cento, la provincia autonoma di Trento con il 5,4 per cento. 

Nella voce di spesa sanitaria rientrano le diverse prestazioni necessarie alla cura: al 44,6 per cento l’assistenza sanitaria e la riabilitazione, al 36,9 per cento per l’acquisto di farmaci e apparecchi terapeutici, le altre percentuali minori riguardano invece servizi di prevenzione e ausiliari, assistenza di lunga durata. 

Secondo il presidente della fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, i dati «indicano che circa il 40 per cento della spesa delle famiglie è a basso valore, ovvero non apporta reali benefici alla salute. Si tratta di prodotti e servizi il cui acquisto è indotto dal consumismo sanitario o da preferenze individuali quali ad esempio esami diagnostici e visite specialistiche inappropriati o terapie inefficaci o inappropriate». 

In questo contesto il Lazio si colloca in terza posizione in Italia, dopo la Lombardia (1.032 euro spesa pro capite) e l’Emilia Romagna (861 euro di spesa pro capite). Il Lazio nella classifica generale precede invece il Veneto (847 euro) e la provincia autonoma di Trento (844 euro). 

In generale le Regioni con migliori performance nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) registrano una spesa pro-capite superiore alla media nazionale, mentre quelle del Mezzogiorno e/o in piano di rientro si collocano al di sotto. «Questo dato conferma sia che il livello di reddito è una determinante fondamentale della spesa aggiuntiva, sia che il valore della spesa delle famiglie, al netto del sommerso, non è un parametro affidabile per stimare le mancate tutele pubbliche, perchè condizionato dalla capacità di spesa individuale», spiegano dalla Fondazione Gimbe

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