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Infermiere impiegati come OSS, ecco perchè per il COINA quello di Reggio Calabria non è un caso isolato


Le mansioni inferiori non devono necessariamente prevalere sul lavoro qualificato dell’infermiere per configurare un demansionamento. Due recenti pronunce giudiziarie riaccendono il dibattito sull’utilizzo degli infermieri per compensare la carenza di personale di supporto. Il COINA: «Non possiamo chiamare emergenza ciò che accade ogni giorno per mesi o per anni»

Il confine tra collaborazione in situazioni eccezionali e demansionamento professionale può essere superato quando un infermiere viene impiegato in modo sistematico, programmato e continuativo in mansioni proprie degli OSS. È quanto emerge dalla sentenza n. 1103 del 9 luglio 2026 del Tribunale di Reggio Calabria, che ha riconosciuto il demansionamento di un’infermiera dell’ASP costretta per anni, a causa della carenza di personale di supporto, a svolgere quotidianamente attività di competenza degli operatori sociosanitari. Per il COINA-Sindacato delle Professioni Sanitarie, il caso non sarebbe isolato, ma si inserirebbe in un orientamento giurisprudenziale sempre più definito.

«Non possiamo chiamare emergenza ciò che accade ogni giorno per mesi o per anni», afferma Marco Ceccarelli, segretario nazionale del COINA. «Se mancano gli OSS e l’azienda decide sistematicamente che saranno gli infermieri a sostituirli, il problema non è più la disponibilità del singolo professionista: è un modello organizzativo sbagliato».

Infermieri pochi, ma utilizzati come “tappabuchi”

La questione si inserisce in un quadro di forte pressione sulla professione infermieristica. Secondo i dati citati dal COINA, l’Italia conta 6,9 infermieri ogni mille abitanti, contro una media europea di 8,5. Ancora più marcato è il divario nel rapporto tra infermieri e medici: 1,3 contro 2,1 nella media europea. A preoccupare è anche il ricambio generazionale. Le elaborazioni Agenas indicano 80.401 infermieri potenzialmente in uscita per pensionamento tra il 2026 e il 2035, quasi il 29% della forza lavoro considerata dall’analisi. Intanto, nell’anno accademico 2025-2026, le 18.683 domande di iscrizione a Infermieristica non hanno raggiunto i 20.409 posti disponibili. «Non possiamo lamentare che gli infermieri siano pochi e contemporaneamente impiegarli come tappabuchi universali delle carenze del sistema», sottolinea Ceccarelli.

Più personale nel SSN, ma il problema resta organizzativo

Il numero complessivo degli addetti del Servizio sanitario nazionale è cresciuto nel 2024 fino a 727.829 unità, con un incremento dell’1,6% rispetto all’anno precedente. Nello stesso anno gli ingressi sono stati 58.311, a fronte di 47.238 uscite, con un saldo positivo di oltre 11 mila unità. Per il COINA, tuttavia, il dato complessivo non è sufficiente a fotografare la situazione. Il nodo sarebbe soprattutto nella composizione delle équipe e nella distribuzione delle competenze. «Un reparto non funziona sommando genericamente il numero dei dipendenti», osserva Ceccarelli. «Servono infermieri, OSS e tutte le altre figure nelle quantità necessarie e ciascuno deve poter svolgere pienamente le attività per cui è formato».

La Cassazione: rileva anche il 10% del turno

A rafforzare la posizione del sindacato è intervenuta anche la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 7711/2026 del 30 marzo. La Sezione Lavoro ha confermato il principio secondo cui, per riconoscere una lesione della professionalità, non è necessario che le mansioni inferiori prevalgano quantitativamente sulle attività proprie dell’infermiere. Nel caso esaminato, un professionista era stato impiegato anche in mansioni igienico-domestiche e alberghiere a causa della carenza di personale di supporto. I giudici avevano quantificato nel 10% di ciascun turno l’incidenza delle mansioni inferiori, riconoscendo un risarcimento di 22.780 euro, oltre agli interessi. La Cassazione ha respinto il ricorso dell’azienda, confermando la decisione. La Suprema Corte ha ritenuto «assai significativa» un’incidenza del 10% protratta per oltre dieci anni, escludendo che potesse essere considerata marginale o occasionale.

«Non basta fare soprattutto l’infermiere»

La pronuncia, secondo il COINA, segna un punto importante perché mette in discussione l’idea che il demansionamento possa essere escluso semplicemente considerando prevalenti le mansioni proprie dell’infermiere. «Non basta sostenere che l’infermiere svolga per la maggior parte del turno il proprio lavoro per considerare legittimo tutto il resto», afferma Ceccarelli. «Se le mansioni inferiori diventano sistematiche e si protraggono nel tempo, la professionalità viene comunque lesa». Il tema, dunque, non riguarda soltanto la tutela contrattuale dei professionisti, ma anche l’organizzazione dell’assistenza. Per il COINA, utilizzare stabilmente gli infermieri per coprire la carenza di OSS, ausiliari o altre figure di supporto rischia di sottrarre tempo alle attività assistenziali qualificate e di trasformare una situazione emergenziale in un modello organizzativo strutturale.

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