Il sindacato Nursing Up chiede un monitoraggio nazionale e interventi strutturali nelle aziende sanitarie per lo stress termico al quale sottoposti gli operatori in questi giorni. Richiamati studi scientifici e i recenti casi registrati in diversi ospedali italiani, dove le alte temperature hanno aggravato le condizioni di lavoro degli operatori
Non è più soltanto una questione di comfort sul luogo di lavoro. Per Nursing Up lo stress termico negli ospedali è diventato un fattore di rischio che può incidere direttamente sulla qualità dell’assistenza e sulla sicurezza dei pazienti. Per questo il sindacato degli infermieri sollecita il Ministero della Salute, le Regioni e l’INAIL ad avviare un monitoraggio nazionale dedicato e ad adottare misure strutturali per contrastare gli effetti delle ondate di calore nelle strutture sanitarie.
Gli studi: migliaia di infortuni legati alle temperature estreme
A sostegno della richiesta, il Nursing Up richiama le più recenti evidenze scientifiche. Le analisi del progetto Worklimate di INAIL e CNR, pubblicate nel 2025, stimano che ogni anno circa 4.000 infortuni sul lavoro, pari a oltre l’1% del totale, siano associati alle alte temperature. Un ulteriore studio epidemiologico nazionale, condotto su oltre 2,2 milioni di infortuni, evidenzia inoltre una correlazione significativa tra temperature estreme e rischio di incidente, con migliaia di eventi attribuibili ogni anno sia al caldo sia al freddo.
Dai guasti agli impianti ai reparti oltre i 30 gradi
Secondo il sindacato, quanto accaduto nelle ultime settimane in diversi ospedali italiani dimostra come il problema sia ormai diffuso. Il 25 giugno 2026 un guasto all’impianto di climatizzazione ha interessato tutti i piani dell’ospedale Businco di Cagliari, rendendo necessario l’intervento dei Nas e dello Spresal. Pochi giorni dopo, il 30 giugno, all’ospedale San Paolo di Milano nei reparti sono state registrate temperature vicine ai 31 gradi, insieme a infiltrazioni, allagamenti, carichi assistenziali elevati e riposi saltati. Criticità sono state segnalate anche il 24 giugno alle Molinette e al Maria Vittoria di Torino, dove il sistema di raffrescamento risultava ancora non uniforme e alcune aree erano prive di climatizzazione fissa. Al San Camillo di Trento, infine, il 4 giugno sono riemersi problemi all’impianto di climatizzazione che si ripetono da almeno tre anni, tanto da spingere alcuni operatori sanitari ad acquistare autonomamente ventilatori per affrontare i turni.
Operatori più esposti durante le ondate di calore
Per il Nursing Up gli infermieri e gli altri professionisti sanitari affrontano una doppia criticità durante le ondate di calore. Da un lato lavorano per molte ore in ambienti che raggiungono o superano i 30 gradi; dall’altro devono gestire un aumento della complessità assistenziale, del numero di pazienti e del carico fisico richiesto dai turni.
Turni prolungati, movimentazione dei pazienti, utilizzo dei dispositivi di protezione individuale e temperature elevate favoriscono disidratazione, cefalea, vertigini, difficoltà respiratorie, affaticamento e perdita di concentrazione. Condizioni che, sottolinea il sindacato, possono avere ripercussioni non solo sulla salute dei lavoratori, ma anche sulla sicurezza delle prestazioni assistenziali.
Le evidenze internazionali
A confermare il quadro sono anche diverse ricerche internazionali. Il Nursing Up cita la scoping review pubblicata nel gennaio 2025 su Public Health Nursing, realizzata dai ricercatori della Charles Sturt University in Australia, che ha analizzato 15 studi riscontrando effetti negativi dello stress termico in 13 casi, soprattutto durante l’impiego dei dispositivi di protezione individuale.
Tra gli studi esaminati figura un’indagine condotta su 428 professionisti sanitari, nella quale il 96,5% degli intervistati ha definito estenuante lavorare con i DPI durante le giornate più calde, il 93% ha riferito difficoltà respiratorie e l’86% una riduzione della capacità di concentrazione. Ulteriori conferme arrivano da uno studio pubblicato sul Journal of Hospital Infection, che ha coinvolto circa 1.100 operatori sanitari britannici, evidenziando come il calore generato dai DPI comprometta le prestazioni fisiche e cognitive, aumentando il rischio di disidratazione, cefalea, stanchezza, vertigini e calo dell’attenzione. Nella stessa direzione va anche la ricerca pubblicata nel 2025 su Annals of Work Exposures and Health dall’Università Ludwig Maximilian di Monaco, secondo cui l’aumento delle temperature negli ambienti di lavoro, associato all’uso degli indumenti protettivi, incrementa lo stress termico con possibili ripercussioni sulla salute degli operatori e sulla qualità delle prestazioni.
De Palma: «Serve una strategia nazionale permanente»
«Quando a essere esposto è chi somministra farmaci, assiste pazienti critici e prende decisioni cliniche, il problema non riguarda soltanto il lavoratore, ma l’intera organizzazione sanitaria», afferma Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up. Per il sindacato manca oggi un sistema di rilevazione nazionale che consenta di quantificare i malori e gli infortuni direttamente riconducibili allo stress termico tra infermieri, medici e operatori sociosanitari. Da qui la richiesta al Ministero della Salute, alle Regioni e all’INAIL di istituire un monitoraggio specifico e di promuovere piani strutturali nelle aziende sanitarie per prevenire il rischio caldo, controllare le condizioni microclimatiche degli ambienti di lavoro e tutelare contemporaneamente professionisti e pazienti. «Lo stress termico – conclude De Palma – non è più soltanto un problema di benessere lavorativo: è una questione di sicurezza delle cure che richiede una strategia nazionale permanente di prevenzione».
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