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Dormire bene protegge la salute: il sonno REM associato a un minor rischio di 83 malattie

Un ampio studio internazionale condotto su oltre 95mila persone ha analizzato il rapporto tra durata e qualità del sonno e rischio di malattia. Più sonno REM è risultato associato a un rischio inferiore di 83 patologie, mentre il sonno profondo sembra avere un ruolo protettivo soprattutto nei confronti di diabete di tipo 2 e depressione maggiore. La fascia di 6-8 ore di sonno per notte emerge come quella associata ai benefici più ampi

Dormire bene potrebbe essere uno dei gesti di prevenzione più semplici a nostra disposizione. A suggerirlo è un ampio studio internazionale che ha esaminato il legame tra le caratteristiche del sonno e il rischio di sviluppare diverse malattie.

La ricerca, condotta da studiosi della Peking University e della Capital Medical University di Pechino e pubblicata il 17 settembre sulla rivista open access PLOS Medicine, ha analizzato le abitudini notturne di oltre 95mila partecipanti.

Tra i risultati più interessanti, una maggiore quantità di sonno REM, la fase associata più frequentemente all’attività onirica, è risultata collegata a un rischio inferiore per 83 patologie, tra cui demenza, scompenso cardiaco e morbo di Parkinson. Anche il sonno profondo ha mostrato associazioni favorevoli, in particolare per il diabete di tipo 2 e la depressione maggiore.

Più attenzione alle diverse fasi del sonno

Le ricerche precedenti sul rapporto tra durata del sonno, malattie e mortalità si sono basate spesso sulle informazioni riferite direttamente dai partecipanti. Un metodo che presenta alcuni limiti: è difficile ricordare con precisione quanto si sia dormito e, soprattutto, stabilire esattamente quando ci si è addormentati o svegliati.

Inoltre, le autodichiarazioni non permettono di distinguere le diverse fasi del sonno. Il nuovo studio ha invece utilizzato dati raccolti attraverso un accelerometro da polso, un dispositivo simile a un actigrafo in grado di registrare i movimenti del corpo e fornire informazioni sui modelli di sonno.

Il ruolo del sonno REM

«Il dato più sorprendente riguarda la fase REM», sottolinea Andrea Romigi, Direttore del Centro di Medicina del Sonno IRCCS Neuromed, Docente presso Unicamillus Roma e Membro del Board Scientifico del MOHRE. «Per ogni incremento di circa 48 minuti di sonno REM, il rischio di scompenso cardiaco risultava inferiore, con un hazard ratio di 0,74, così come quello di demenza, pari a 0,54, e di morbo di Parkinson, pari a 0,20». Anche il sonno profondo ha mostrato associazioni significative. Una maggiore quantità di questa fase del sonno è risultata collegata a un rischio inferiore di diabete di tipo 2, disturbo depressivo maggiore, apnee notturne e Parkinson.

La “finestra d’oro” tra 6 e 8 ore

Non conta soltanto la qualità del sonno, ma anche la sua durata complessiva. Secondo i risultati dello studio, dormire tra le 6 e le 8 ore per notte era associato a un rischio inferiore per 69 patologie. Al contrario, chi dormiva meno di cinque ore presentava un rischio più elevato per 37 malattie. I risultati rafforzano quindi l’ipotesi che, negli adulti di mezza età e negli anziani, una durata del sonno compresa tra sei e otto ore possa essere associata a una migliore tutela della salute.

Anche la regolarità del sonno sembra avere un ruolo. Un sonno più irregolare e periodi prolungati di veglia durante la notte erano associati a un rischio maggiore di diverse condizioni, tra cui ansia e disturbi da uso di sostanze. Più complesso, invece, il quadro relativo al sonno leggero, che è risultato associato a un rischio maggiore per alcune patologie, come la depressione maggiore, ma inferiore per altre, tra cui lo scompenso cardiaco.

Dormire bene come investimento sulla salute

«Questo studio ci ricorda che la salute si costruisce giorno dopo giorno, anche di notte», commenta Johann Rossi Mason, Direttrice dell’Osservatorio MOHRE.

«Dormire bene, muoversi con regolarità e curare l’alimentazione sono scelte quotidiane che, sommate nel tempo, formano un vero e proprio tesoretto di salute da cui attingere negli anni». Secondo Rossi Mason, il sonno dovrebbe quindi essere considerato «un pilastro della salute e un fattore di prevenzione a lungo termine».

La questione assume particolare rilievo anche sul piano sanitario. In Italia, secondo i dati citati da MOHRE, l’insonnia cronica non è attualmente riconosciuta come patologia autonoma nei LEA. Solo il 40% dei pazienti riceverebbe una diagnosi e il 21% sarebbe trattato, mentre 4-5 milioni di persone non avrebbero ricevuto un trattamento adeguato. Il costo stimato sarebbe di circa 14 miliardi di euro l’anno, pari allo 0,74% del Pil.

Lo studio della UK Biobank

I ricercatori hanno analizzato i dati di 95.559 partecipanti della UK Biobank, che avevano indossato un accelerometro da polso per sette giorni e sette notti consecutivi. I partecipanti sono stati poi seguiti per una mediana di 8,9 anni. Attraverso le cartelle cliniche, gli studiosi hanno potuto verificare le associazioni tra i diversi modelli di sonno e oltre mille possibili esiti di malattia. Nel complesso, l’analisi ha individuato 156 associazioni significative tra caratteristiche del sonno e nuove diagnosi.

Un’associazione, non una prova di causalità

I risultati devono però essere interpretati con cautela. Lo studio è di tipo osservazionale e, proprio per questo, non può dimostrare che la carenza di sonno o le alterazioni delle sue diverse fasi causino direttamente le malattie. La ricerca mostra un’associazione tra determinati modelli di sonno e il rischio di sviluppare specifiche patologie, ma non stabilisce un rapporto di causa-effetto. Saranno quindi necessari ulteriori studi per comprendere i meccanismi alla base di queste relazioni e verificare se e in che misura intervenire sul sonno possa effettivamente modificare il rischio di malattia.

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