A Voce della Sanità parla Patrizia Bellon, Risk manager di Relyens in Italia, gruppo che si occupa della gestione dei rischi in sanità. «È necessario un cambiamento culturale e organizzativo che coinvolga tutti gli attori in gioco: servono investimenti mirati in formazione, personale specializzato e trasparenza nella gestione dei dati» spiega la manager
Di Giovanni Cedrone
Le infezioni ospedaliere e il contenzioso sanitario pesano come un macigno tanto sulla qualità e la sicurezza delle cure quanto sui costi del Servizio Sanitario Nazionale. Ne abbiamo parlato con Patrizia Bellon, Risk manager di Relyens in Italia, gruppo mutualistico europeo di riferimento nei settori dell’assicurazione e della gestione dei rischi in sanità, che a Voce della Sanità sottolinea la necessità di organizzare una rete di professionisti specializzati, sia in ospedale che nei servizi territoriali, per garantire un monitoraggio efficace e l’adozione di strategie evidence-based per arginare un fenomeno globale che impatta sulla salute dei cittadini e sui costi della sanità. «Le infezioni nosocomiali e la resistenza antimicrobica causano oltre 10mila decessi all’anno e costi diretti per circa 2,5 miliardi di euro» spiega Bellon che ha ricordato l’enorme impatto del contenzioso (nel 2023, il 15% delle denunce assicurative riguardava infezioni ospedaliere) che la Legge Gelli Bianco, nonostante i passi in avanti, non è riuscito a ridurre.
Dottoressa, riguardo alle infezioni ospedaliere l’Italia fa registrare il secondo peggior risultato del continente dopo il Portogallo. Quanto incide sul Sistema sanitario italiano questo fenomeno e quanto si potrebbe risparmiare riducendolo?
«L’Italia registra uno dei peggiori tassi di infezioni ospedaliere in Europa (9,8% rispetto al 7,1% medio UE), con conseguenze gravi sia sanitarie che economiche. Le infezioni nosocomiali e la resistenza antimicrobica causano oltre 10mila decessi all’anno e costi diretti per circa 2,5 miliardi di euro. Il peso economico si estende anche alle spese legate al contenzioso: nel 2023, il 15% delle denunce assicurative riguardava infezioni ospedaliere, con il 24,7% legato a interventi di protesica ortopedica. Studi internazionali indicano che investire nella prevenzione delle infezioni può ridurre significativamente i costi sanitari, migliorando la sicurezza e l’efficienza del sistema». Le infezioni nosocomiali rappresentano, dunque, un onere economico enorme per il sistema sanitario. Nel Regno Unito, il costo per il Servizio Sanitario Nazionale è stato stimato in 2,7 miliardi di sterline, con milioni di giornate di degenza aggiuntive e di posti letto occupati pertanto non disponibili per rispondere ai bisogni di altri utenti. Un programma di prevenzione efficace può ridurre significativamente i costi: negli USA, strategie mirate contro infezioni urinarie nosocomiali hanno dimostrato un risparmio medio di 174mila dollari per ogni intervento preventivo rispetto ai costi di trattamento.
Oggi le nostre strutture ospedaliere seguono i principali standard di prevenzione o siamo ancora indietro?
«Sebbene esistano protocolli internazionali consolidati per la prevenzione delle infezioni, la loro applicazione in Italia è eterogenea. L’OMS sottolinea l’urgenza di un approccio integrato tra governo, strutture sanitarie e operatori. Il personale sanitario gioca un ruolo chiave, ma l’Italia si basa ancora su standard di assegnazione del personale obsoleti (risalenti agli anni ‘80), insufficienti rispetto alla complessità attuale del sistema. Serve una rete di professionisti specializzati, sia in ospedale che nei servizi territoriali, per garantire un monitoraggio efficace e l’adozione di strategie evidence-based. L’OMS e le linee guida internazionali raccomandano un approccio integrato alla prevenzione delle infezioni. Tuttavia, in Italia le risorse dedicate sono ancora insufficienti. Servono investimenti in personale specializzato e una maggiore cultura della sicurezza, con un rafforzamento della rete di professionisti dedicati alla prevenzione del rischio infettivo. Oltre alla formazione, è essenziale adottare indicatori di monitoraggio più efficaci e strutture in grado di gestire il rischio in modo sistematico, anche nei contesti extraospedalieri come RSA e cure domiciliari».
La legge prevede che le strutture sanitarie abbiano l’obbligo di garantire la sicurezza dei pazienti ma le infezioni ospedaliere generano anche un enorme numero di contenzioso. La legge Gelli Bianco sulla responsabilità medica è efficace su questo fronte?
«La legge Gelli-Bianco 24/2017 punta in primis sulla sicurezza delle cure e inoltre sulla responsabilità professionale, promuovendo l’adozione di linee guida e buone pratiche per ridurre gli errori e i contenziosi. Tuttavia, per una responsabile gestione del rischio infettivo è necessario un cambiamento culturale e organizzativo che coinvolga tutti gli attori in gioco: servono investimenti mirati in formazione, personale specializzato e trasparenza nella gestione dei dati. Il problema della ICA deve essere affrontato con un approccio sistemico, coinvolgendo non solo i risk manager, ma tutti gli attori della sanità. La legge Gelli-Bianco ha introdotto maggiore chiarezza sulle responsabilità in sanità, promuovendo protocolli di sicurezza e gestione del rischio clinico ma il numero di cause legali legate alle infezioni ospedaliere resta elevato. Le strutture sanitarie devono investire di più in prevenzione per ridurre il contenzioso e garantire cure sicure. Un sistema sanitario efficiente non può prescindere da un impegno condiviso tra amministratori, professionisti sanitari e cittadini, affinché la sicurezza diventi una priorità e non solo un obbligo normativo».




