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Piccoli comuni senza medici di famiglia, il caso di Celle San Vito in Puglia e la sfida della medicina generale nelle aree interne


Celle di San Vito, comune di 144 abitanti in provincia di Foggia, è senza medico di famiglia da ottobre 2025. La carenza di assistenza primaria mette in luce un problema nazionale che riguarda soprattutto piccoli comuni e aree interne. Intervista al Dottor Ignazio Grattagliano, vicepresidente SIMG. Intanto i dati della Fondazione Gimbe mostrano la gravità della situazione e la necessità di riforme strutturali nella medicina generale

di Elisabetta Turra

A Celle di San Vito, il più piccolo comune della Puglia, la carenza di assistenza sanitaria è diventata emergenza. Dal pensionamento dell’unico medico di famiglia lo scorso ottobre, i 144 abitanti devono recarsi nella vicina Castelluccio Valmaggiore, a sette chilometri di distanza, per ricevere cure. La dottoressa in servizio lì, in deroga, prende in carico anche i pazienti di Celle e di Faeto, ma la sua presenza non può essere quotidiana. La sindaca Palma Maria Giannini denuncia l’inerzia dell’Asl di Foggia: «Il diritto alla salute dei miei cittadini è completamente calpestato. La maggior parte della popolazione è composta da anziani, spesso privi di mezzi di trasporto e senza familiari in grado di accompagnarli. Nonostante il Comune abbia messo a disposizione gratuitamente una struttura all’interno del municipio e sostenuto le spese per utenze, la carenza di medici persiste».

Carenza di medici di famiglia: un problema diffuso in Italia

Il caso di Celle di San Vito non è isolato. Come spiega il Dottor Ignazio Grattagliano, vicepresidente SIMG e medico di medicina generale in Puglia, in un’intervista a Voce della Sanità, «un quarto della popolazione italiana risiede in comuni di piccole dimensioni, spesso in zone difficili da raggiungere o svantaggiate, come aree montane e collinari. In tutta Italia mancano oggi tra le 8 e le 10 mila unità di medici di medicina generale. In piccoli centri di poche centinaia di abitanti, il medico di famiglia è spesso l’unico presidio sanitario, in assenza di ospedali, pronto soccorso o 118 in sede». In queste aree, la maggior parte dei medici di famiglia gestisce oltre 1.300 pazienti, spesso distribuiti su più comuni vicini, garantendo un presidio capillare e un contatto diretto con la popolazione. La loro assenza comporta gravi rischi per la salute: «Non avere un luogo dove monitorare la propria malattia o ricevere visite domiciliari può portare a episodi drammatici. Nell’autunno scorso, una collega della provincia di Nuoro, che seguiva oltre 5mila pazienti, è morta a 35 anni per complicazioni da infezione: per non abbandonare i suoi assistiti, che senza di lei non avrebbero avuto alcun medico curante sostitutivo, non si è curata adeguatamente, con conseguenze fatali», racconta Grattagliano.

Pensionamenti e attrattività della professione

Il problema è destinato a peggiorare nei prossimi anni, con migliaia di medici in pensionamento. Tra il 2025 e il 2028, 8.180 medici di famiglia raggiungeranno l’età pensionabile, con ricadute importanti soprattutto sulle aree periferiche. Secondo Grattagliano, «per attrarre nuovi professionisti è necessaria una revisione dei percorsi di accesso alla medicina generale, con incentivi, detassazioni e politiche che facilitino l’inserimento nelle aree più fragili ed in quelle più complesse. È fondamentale una visione culturale e scientifica innovativa della professione, con percorsi di formazione multidisciplinare e tutele previdenziali, anche per rispondere alle esigenze crescenti delle donne mediche, che oggi rappresentano circa il 70% del settore». Modelli organizzativi come le Case della Comunità e forme di assistenza integrata possono migliorare l’accesso alle cure nei territori più fragili. «Questi modelli devono essere programmati, sperimentati e validati prima di essere diffusi, ma rappresentano un’opportunità concreta per garantire prossimità e continuità assistenziale. La medicina generale non riguarda più solo il singolo paziente, ma anche la comunità in cui vive», sottolinea Grattagliano.

Numeri allarmanti: i dati della Fondazione Gimbe

I dati della Fondazione Gimbe confermano la gravità del fenomeno. Tra il 2019 e il 2024, il numero dei medici di medicina generale è diminuito di 5.197 unità. Tra il 2025 e il 2028, 8.180 medici raggiungeranno o hanno già raggiunto l’età pensionabile. Il presidente Gimbe, Nino Cartabellotta, spiega: «Per anni non è stato garantito il necessario ricambio generazionale. Anche se tutte le borse di specializzazione fossero assegnate, le nuove leve non coprirebbero comunque i pensionamenti. Senza una riforma organica e coraggiosa della medicina generale, Governo e Regioni continueranno a mettere in campo solo soluzioni tampone». Il problema è amplificato dall’invecchiamento della popolazione: nel 2025 gli over 65 erano quasi 14,6 milioni, di cui oltre la metà con due o più malattie croniche, mentre gli over 80 sono triplicati negli ultimi quarant’anni.

Celle di San Vito rappresenta, dunque, un caso simbolico di una crisi nazionale della medicina generale, particolarmente acuta nelle aree interne e nei piccoli comuni. Garantire assistenza primaria capillare, incentivare l’accesso alla professione della medicina generale e rafforzare modelli territoriali integrati sono passaggi imprescindibili per non lasciare soli i cittadini più fragili. «La medicina generale deve diventare non solo della persona, ma anche della comunità in cui la persona vive, per potere estendere la tutela della salute, la continuità assistenziale e la prossimità delle cure a livello sociale e rionale», conclude Grattagliano.

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