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Una donna su tre partorisce con il cesareo, Vaccari (FNOPO): «Ricorso ancora troppo frequente»

Dall’ultimo Certificato di assistenza al parto-CeDAP emerge anche un aumento anche del numero di gravidanze in cui è stata effettuata una tecnica di procreazione medicalmente assistita. Per la Presidente FNOPO «bisogna riservare il taglio cesareo solo in presenza di giustificati motivi medici» e chiede che l’ostetrica «sia inclusa nei percorsi di Pma per fare la differenza, per la donna, per la coppia e per la vita nascente»

Una donna su tre partorisce per via chirurgica, ovvero con parto cesareo, esattamente il 30,3%. Il dato emerge dall’ultimo “Certificato di assistenza al parto-CeDAP” (scaricalo qui:C_17_pubblicazioni_3524_allegato.pdf) del ministero della Salute, relativo al 2023, pubblicato sul sito internet ministeriale. Dati che denotano un fenomeno a macchia di Leopardo in Italia. «Dai numeri emerge una tendenza alla diminuzione, che mostra un’adesione, seppur minima, alle Linee di indirizzo per la promozione e il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo», commenta la Presidente della FNOPO, la Federazione degli Ordini della Professione Ostetrica, Silvia Vaccari.

«Tuttavia, tali Linee di indirizzo non sono sufficienti da sole a risolvere l’eccessivo ricorso, talvolta inappropriato, al taglio cesareo. Le cause vanno ricercate in cambiamenti radicali che sono avvenuti sia a livello sociale, che culturale. Mentre il ‘diritto di famiglia’ ha potenziato il ruolo genitoriale dell’uomo, assolutamente lecito e tanto atteso, parimenti il ‘diritto economico’ ha indotto le donne a lavorare quasi fino al termine della gravidanza, cercando di rientrare a lavoro il prima possibile dopo il parto, non permettendo a loro di mettersi in relazione con il proprio bambino, che giorno per giorno cresce e manda messaggi alla mamma e che ha bisogno di entrare in relazione con lei in un rapporto affettuoso e protettivo. E non è solo una questione di realizzazione professionale: in un momento storico come questo, in cui il costo della vita continua ad aumentare, percepire il 30% dello stipendio non è per tutti una condizione sostenibile. In questo contesto di vita, programmare la data del parto, scegliendo il cesareo, significa anche poter conoscere in anticipo sia il giorno in cui si smetterà di lavorare, che quello in cui sarà possibile rientrare’», spiega la Presidente della FNOPO.

«Il ricorso al taglio cesareo può essere anche una scelta legata all’età materna avanzata, che spinge gli specialisti ad evitare il parto naturale per abbassare i rischi materno-fetali. Non sono da trascurare nemmeno i casi in cui il cesareo venga ‘suggerito’, a prescindere dall’età materna, per prevenire eventuali complicanze neonatali, nonostante non esista nessun dato scientifico o nessuna ricerca che provi come un bambino nato da taglio cesareo sia un neonato necessariamente più sano rispetto a quello nato da parte naturale».

Vi è un chiaro effetto di promozione di salute da parte del parto spontaneo per via vaginale, sia a breve che a lungo termine. Ciò deve essere ben conosciuto dagli operatori sanitari e comunicato correttamente alle madri, riservando il taglio cesareo solo in presenza di giustificati motivi medici per ottenere un comprovato guadagno nella salute materna e/o neonatale – evidenzia la Presidente Vaccari -. Anche la famiglia dovrebbe avere un ruolo educativo chiave, evitando di inculcare un modello di vita in cui la perfetta realizzazione della vita professionale è indiscutibilmente al primo posto in classifica di una donna e di uomo che voglia sentirsi bene con se stessa. E così, può capitare che una donna o un uomo, realizzatasi a livello professionale e sociale, senta poi il bisogno di famiglia, di maternità quando è ormai in un’età biologicamente avanzata: purtroppo la riserva ovarica si esaurisce man mano che gli anni passano nella donna. Negli uomini, invece, le patologie anatomo funzionali, ormonali e non solo sono in aumento. La riserva ovarica, oggi, inoltre, appare compromessa anche da fattori esterni, come ad esempio l’inquinamento e determinanti di salute, impedendo di procreare pure in quell’età che normalmente sarebbe risultata consona».

Dal Report del ministero della Salute è emerso un aumento anche del numero di gravidanze in cui è stata effettuata una tecnica di procreazione medicalmente assistita (Pma): sono state 15.085, in media 3,9 per ogni 100. Lo scorso anno erano state 14.364, quindi 3,7 su 100, in aumento di circa il 5% anno su anno. “Nei percorsi di Pma l’Ostetrica/o continua ad essere una figura professionale assente, nonostante, la sua presenza sia in teoria prevista. Anche il suo contributo, sia nei centri pubblici che privati, sarebbe determinante, se si considera che l’Ostetrica/o può seguire una formazione specifica già dal Corso di Laurea Triennale, che può arricchire con i master universitari, in tema di Pma. L’Ostetrica/o è in grado di accompagnare le coppie nella ricerca di un figlio mettendole a proprio agio, dimostrando empatia e ponendosi in ascolto attivo. Ha un ruolo di accoglienza per la coppia e un ruolo centrale come ‘counselor’. Ancora, le cure ormonali a cui la donna viene sottoposta, gli esami serrati, le consulenze genetiche richiederebbero la presenza di un professionista sanitario competente e preparato, come l’Ostetrica/o, che possa supportare la coppie, in un cammino lungo e a volte tortuoso, che possa accompagnare la donna anche attraverso quelle modificazioni ormonali, fisiche ed emozionali, intrinseche alle terapie al disagio, alle ansie, alle paure, alle aspettative ai successi e ai insuccessi (fallimenti).

Il sostegno dell’ostetrica

«Il sostegno dell’Ostetrica/o in questi casi è volto a promuovere atteggiamenti positivi, attivi, propositivi e indurre nella coppia la possibilità e la capacità di fare le loro scelte consapevolmente. L’obiettivo è stabilire un rapporto più confidenziale, che permetta alla donna e alla coppia di confidare all’Ostetrica/o i propri dubbi e le proprie perplessità. Includere l’Ostetrica/o nei centri di Pma non ne diminuirebbe il ricorso – continua la Presidente della FNOPO – ma ne agevolerebbe senza dubbio il percorso, spesso difficile e in salita per le trasformazioni che la donna dovrà subire sia a livello fisico, che psichicoemozionale. In altre parole, l’Ostetrica/o deve essere inclusa nei percorsi di Pma per fare la differenza, per la donna, per la coppia e per la vita nascente. È ora che la politica si orienti meglio su come utilizzare le risorse per garantire cure personalizzate e non parcellizzate e che le donne e le coppie non sentano più la mancanza della nostra figura e, di conseguenza, della nostra esperienza all’interno dei centri di Pma. È ora di garantire – conclude la Presidente Vaccari – cure di qualità, a chiunque ed ovunque».

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