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Sicurezza sul lavoro tra norme frammentate, vittime invisibili e un sistema che si svuota. Parlano i Tecnici della Prevenzione

Tra dati ufficiali e monitoraggi indipendenti, il lavoro continua a produrre morti e malattie professionali. Mentre il Ministero vara strategie 2026-2030 e il decreto 81 si stratifica in oltre 60 modifiche, il sistema della prevenzione si indebolisce tra carenze di personale, formazione inadeguata e fuga dei professionisti. L’intervista al Presidente dei Tecnici della Prevenzione Vincenzo Di Nucci riporta al centro i nodi strutturali

di Elisabetta Turra

«Non è il giorno della retorica, ma quello del conto. E quest’anno il conto è più complesso da leggere, e proprio per questo più urgente da comprendere». Con queste parole si apre il quadro tracciato da Vincenzo Di Nucci, Presidente della Commissione di albo nazionale dei Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro della FNO TSRM e PSTRP, che, in occasione della Giornata mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro, richiama la necessità di riportare la sicurezza sul lavoro dentro la sua dimensione reale: quella della prevenzione concreta, non della dichiarazione normativa. La Giornata, che si celebra ogni anno il 28 aprile, è stata istituita dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) per richiamare l’attenzione globale sull’importanza della prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali. «Il decreto legislativo 81 del 2008 dovrebbe essere la norma cardine della sicurezza sul lavoro, ma oggi non lo è più nei fatti: ha subito oltre 60 modifiche e centinaia di integrazioni. Non è più una legge lineare, ma un sistema frammentato che rende difficile l’applicazione coerente della prevenzione», afferma Di Nucci. Secondo il Presidente della CdA, il problema non è solo normativo ma strutturale. Le misure introdotte nel tempo, come la patente a crediti, non hanno prodotto gli effetti attesi: «Nel 2025 ne sono state revocate solo poche unità, una ventina, a fronte di circa mille controlli. Controlli che, tra l’altro, avrebbero dovuto riguardare esclusivamente l’edilizia e, invece, hanno coinvolto anche altri ambiti».

ASPP, RSPP e il nodo della competenza

Uno dei nodi centrali riguarda le figure professionali che, all’interno delle aziende, hanno il compito di garantire la prevenzione e la sicurezza sul lavoro. L’ASPP, cioè l’Addetto al Servizio di Prevenzione e Protezione, affianca operativamente il sistema aziendale di gestione della sicurezza, contribuendo alle attività di supporto e di attuazione delle misure preventive. L’RSPP, Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, ha invece un ruolo di coordinamento: valuta i rischi, struttura il sistema di prevenzione e supporta il datore di lavoro nella definizione delle misure necessarie a tutelare i lavoratori. Accanto a queste figure tecniche si colloca il RLS, il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, eletto dai lavoratori stessi, che ha il compito di portare all’attenzione le criticità, rappresentare le istanze del personale e partecipare al processo di valutazione dei rischi, pur senza poteri decisionali. È proprio su questo assetto che si concentra la riflessione di Vincenzo Di Nucci: «Il vulnus più grande del sistema italiano riguarda proprio queste figure. ASPP e RSPP possono essere abilitati con percorsi formativi di poche ore, ma la valutazione del rischio è un’attività complessa che richiede competenze tecniche elevate», sottolinea. Da qui una considerazione più generale sul senso stesso della prevenzione nei luoghi di lavoro: «La sicurezza non può essere improvvisata. Deve essere progettata, strutturata e garantita fin dall’inizio dei processi produttivi».

Cultura della sicurezza e formazione

Un secondo livello critico è quello culturale: «La sicurezza è anche cultura organizzativa. Non basta rispettare una norma, serve trasformare i comportamenti nelle aziende». Per Di Nucci, la formazione è un nodo decisivo: «Deve essere affidata a soggetti realmente competenti. Non può essere una procedura formale, ma uno strumento di cambiamento reale nei luoghi di lavoro».

Dati: tra numeri ufficiali e realtà

Nel giorno dedicato alla sicurezza sul lavoro, il quadro dei dati restituisce una realtà ancora più complessa. Il dato INAIL parla di 102 morti nei primi due mesi del 2026, con un calo del 26% rispetto all’anno precedente. Ma l’Osservatorio Nazionale Morti sul Lavoro di Bologna, che include lavoratori in nero, pensionati e categorie non assicurate, ne conta 151 solo nei luoghi di lavoro e circa 400 vittime totali nei primi 100 giorni dell’anno. Le malattie professionali crescono del +14,2%, gli infortuni in itinere del +8,5%, mentre il Lazio registra un +22% delle denunce per infortuni sul lavoro. «Non sono cifre. Sono persone. Romeo, Fabrizio, Antonio, Loris, Saveria, Dorel, Riaz. Avevano nomi, famiglie, diritti. Avevano il diritto di tornare a casa», sottolinea la Commissione di albo nazionale dei Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro della FNO TSRM e PSTRP, richiamando anche le parole dell’RLS metalmeccanico Marco Bazzoni. La forbice tra dati ufficiali e monitoraggi indipendenti non è un errore statistico: è la misura del lavoro sommerso, del precariato invisibile e dell’età che continua a lavorare senza protezione. Il 30% dei morti ha più di 60 anni.

Strategia 2026-2030 e sistema che si svuota

Il Ministero della Salute ha varato la strategia nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro 2026-2030. Un documento importante, ma che oggi non trova piena traduzione operativa. “Nel frattempo si celebrano One Health, Planetary Health, Agenda 2030. Ma chi quei paradigmi li applica ogni giorno nei territori viene lasciato senza risorse, senza riconoscimento”, osserva la CdA. A questo si aggiunge un fenomeno strutturale: l’abbandono dei Tecnici della prevenzione dai servizi delle ASL, verso l’Ispettorato nazionale del lavoro, il Ministero o la libera professione. “Non è una fuga, ma una risposta razionale a un sistema che li ha progressivamente svuotati: stipendi fermi, carriere bloccate, carichi crescenti, riconoscimento assente”, si evidenzia. Un sistema che perde competenze non collassa improvvisamente: “Si desertifica lentamente. E il vuoto che si crea non viene colmato”.

Un territorio senza regole

Accanto al settore pubblico esiste un’area vasta e poco regolata: consulenze aziendali in materia di sicurezza, igiene alimentare e ambiente. Un mercato dove chiunque può offrire servizi nei nostri ambiti, spesso senza formazione adeguata. Dove la competenza non è un requisito, ma un optional – sottolineano ancora i tecnici della Prevenzione -. Questo elemento strutturale contribuisce a spiegare perché i numeri non migliorano: «La prevenzione affidata a chi non sa farla non è prevenzione. È un rito burocratico».

La proposta: qualità come standard minimo

Il percorso del Tecnico della Prevenzione nell’Ambiente e nei Luoghi di Lavoro rappresenta uno standard formativo unico: laurea triennale a numero programmato, tirocinio obbligatorio, iscrizione all’Albo, aggiornamento continuo e responsabilità deontologica. «Se non è possibile renderlo obbligatorio per legge, deve almeno diventare un criterio di qualità nei bandi pubblici e nei capitolati. Un parametro riconoscibile dal mercato», propone Di Nucci. In chiusura resta una domanda che attraversa tutto il sistema: quanto vale, oggi, la vita di chi lavora? E soprattutto: il sistema della prevenzione è ancora in grado di proteggerla davvero, o sta soltanto certificando la sua progressiva fragilità?

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